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lunedì 22 maggio 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 16, 16-20 - Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia




In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».
Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».

Parola del Signore
Riflessione

Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”
I discepoli non capirono... Ma noi, che invece siamo dei fenomeni, noi che ci crediamo migliori di loro, noi che siamo convinti di avere molta più fede di loro, comprendiamo subito quello che Gesù dice?...
Di primo acchito, le parole del Signore mi hanno lasciata un pochetto perplessa: "Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”... Gesù caro, se qualcuno mi dicesse una cosa del genere penserei subito che è fuori come un citofono!!! È vero che i tuoi pensieri non sono i nostri pensieri, ma, a volte, dai per scontato che tutto sia chiaro per noi. Gesù... Tu sai che siamo dei poveretti, che siamo un po' duri di cervice, e che, con tutto quello che abbiamo da purificare, non riusciamo a vedere chiaro nelle situazioni che ci fai attraversare, inoltre, facciamo fatica ad accettare la realtà che viviamo, le prove e i disagi che abbondano in varietà, intensità, durata... Poi, non dobbiamo fare i conti solo con le nostre miserie, ma anche quelle degli gli altri non le possiamo schivare, ci cadono addosso, ci opprimono, ci rattristano...
Ma Gesù oggi ci invita alla speranza... ci dice che il nostro cuore non deve lasciarsi vincere dalla disperazione e dalla tristezza, perché, come leggiamo nel libro dei proverbi: L'attesa dei giusti finirà in gioia, ma la speranza degli empi svanirà” (10, 28).
Noi leggendo il Vangelo sappiamo che con le parole: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”, Gesù si riferiva alla Sua morte e poi alla Sua resurrezione. Ma possiamo anche comprendere quelle parole secondo un'altro senso e applicarle a noi... Quand'è che noi non vediamo più il Signore? E quando invece lo vediamo di nuovo? Andiamo con ordine: “Un poco e non mi vedrete più”...
E' doloroso perdere qualcuno che abbiamo molto amato, qualcuno che ha condiviso con noi molti momenti della vita... è triste vedere un familiare che soffre a causa di una malattia grave... è difficile dormire tranquilli e camminare sereni sapendo di non riuscire a pagare le bollette, di non riuscire a provvedere alla propria famiglia perché si è perso il lavoro... è difficile educare i propri figli in questa società che ha perso i quasi tutti i valori morali e spirituali... è difficile oggi mettere in pratica i comandamenti del Signore, il cammino è sempre più in salita e, anche se ti impegni a fondo, a volte cadi stremato. Tutti questi problemi ti portano alla depressione, vedi il futuro buio da far paura. E così diventiamo una lamentazione continua come il popolo di Israele... ecco le nostre "lamentazioni": "Ma a che serve pregare?... a che serve mettere Dio al primo posto?... a che serve essere buoni con tutti?... a che serve continuare a essere onesti se attorno dilaga la disonestà?... a che serve amare se poi gli altri ti sputano in faccia?... a che serve essere miti e misericordiosi se poi gli altri ti aggrediscono e ti insultano senza motivo?... Seguo il Signore e sono pieno di problemi, più di prima che non lo seguivo!!! Come mai?"...
Gesù mio, perdonaci se siamo deboli, perdonaci se le paure e i problemi minacciano la nostra poca fede. Il punto è che, in questi momenti, non ci fidiamo di Te, non crediamo veramente alla Tua potenza, alla Tua Provvidenza, alla Tua Protezione... i Santi sì che credono, non noi... ecco perché non Ti vediamo più!... Quando non ci fidiamo più di Te, quando non ci affidiamo a Te, quando non vogliamo offrirTi tutte le nostre paure, i nostri disagi, le nostre miserie, quando brontoliamo per quello che ci sta capitando e diciamo continuamente: "Perché proprio a me?"... noi non vediamo più Te... in questi momenti noi moriamo, vediamo tutto nero, non vediamo niente di positivo... e non riusciamo sentire il tuo messaggio di speranza che ci assicura: ...voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”. Allora, dobbiamo avere fiducia in questo Gesù meraviglioso che ci ama immensamente, che ci aiuta in ogni istante, ci dà la forza per affrontare ogni cosa, ci rialza da tutte le cadute, ci dona degli angeli per soccorrerci in ogni situazione. Dobbiamo imparare a fare più silenzio dentro di noi, e chiedere al buon Dio di aumentare la nostra fede per vedere un pochetto con i Suoi occhi... Lui vuole salvare tutti e a volte, proprio per salvarci, permette anche delle prove molto pesanti. Lui ci conosce molto bene e sa che, senza certe prove, noi continueremmo a vivere nelle tenebre fino alla fine... le tribolazioni infatti ci mettono in discussione, danno una scrollata al nostro quieto vivere che a noi sembra l'ideale, pacifico, retto, quasi felice... e non ci rendiamo conto di essere in pericolo, di essere poveri, ciechi, nudi, infelici (Ap 3, 17)... allora Dio interviene e produce o permette delle situazioni che ci rattristano: perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7, 10).
Se proviamo a vedere tutte le prove come permesse da Dio per il nostro bene, necessarie per renderci belli e idonei a vivere eternamente con Lui, allora riusciremo a sopportare, all'inizio con tristezza, ma poi anche con gioia qualsiasi cosa ci capiti, certi che: “un poco ancora e mi vedrete!”...
Naturalmente insieme alle prove ci sono anche le gioie... ma dobbiamo imparare a comportarci da bravi amministratori, dobbiamo immagazzinare nel nostro cuore tutte le dolcezze che riceviamo senza insuperbirci, non dobbiamo dimenticarci di ringraziare immensamente e incessantemente il Signore nostro, perché Lui ci dona le consolazioni non certo per i nostri meriti, ma per la Sua grande Misericordia! Ci serviranno per continuare a camminare sulla via dell'esodo da questo all'altro mondo.
Il buon Dio non è mai distratto, come noi... Lui veglia sempre su ognuno di noi, ci chiede di amarlo e aspetta il nostro consenso al trattamento, non dei dati sulla privacy, ma a lasciarci fare, ci supplica di fidarci di Lui, ci chiede di abbandonarci tra le Sue braccia.
Personalmente ho potuto constatare che Gesù mantiene le promesse. Il Suo aiuto arriva sempre, all'ultimo minuto, ma arriva... arriva quando sei con l'acqua alla gola, questo è il Suo modo di fare, da sempre... dobbiamo saperlo e non lasciarci prendere dal panico. Se ci pensiamo bene, usa questa tattica perché non pensiamo di essere noi i primi governanti della nostra vita, affinché non pensiamo di essere noi a gestire ogni cosa, affinché non pensiamo di essere bravi con le nostre forze... Lui è il Re dei re, Lui, intervenendo alla fine, fa in modo che la nostra superbia sia un pochetto frantumata, e così diveniamo più umili. Senza di Lui siamo spacciati!...
Mio caro Gesù, Tu sei la mia speranza in questa vita e ti chiedo perdono se qualche volta penso che, perché ti sei nascosto, non pensi più a me... Chiediamo al buon Dio di rafforzare la nostra fede, perché solo Lui può salvarci e sostenerci nelle prove, pensiamo che il premio sarà grandioso: “...è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14, 22), ma Lui cambierà la nostra tristezza in gioia...
Pace e bene

domenica 21 maggio 2017

Credere attivamente, osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo… del Sac. Dolindo Ruotolo



Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime, infatti, la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso, La pietà vera è via, verità e vita; è via che ci conduce a Dio e all’eternità, è fondata saldamente sulla Verità divina ed è vita di Gesù Cristo.
La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, bensì Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo. Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi Comandamenti, e per far questo è necessaria la grazia. La grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro Mediatore presso Dio come Verbo Incarnato e potendoci Egli solo ottenere la grazia per amarlo e per osservare i suoi Comandamenti, soggiunge: Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce, voi, però, lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi.
Paraclito significa difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore, colui che dà l’impulso; ora, Gesù Cristo era per gli Apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana; l'avvocato, come dice san Paolo, perché loro Mediatore presso Dio; il consolatore, perché effondeva in loro il balsamo della sua carità; l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro; l' esortatore, come Maestro divino; l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita. Egli, quindi, primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo e dovendo lasciare gli Apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra Persona dalla Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro, intimamente e nella Chiesa che Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene e impulso di vita nuova nelle debolezze della natura.
Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa che Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della Fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile Verità.
Lo Spirito di verità che il mondo rifiuta

sabato 20 maggio 2017

Appuntamenti notturni…




Fra Kostka (1868-1946), umile membro dei Missionari Verbiti di Grevenbroich in Vestfalia (Germania), per quattro decenni, durante la S. Messa, vide la passione di Gesù. E per quarant'anni questo fatto rimase nascosto, così come le sue adorazioni notturne davanti al Santissimo.


Terminata la scuola, Giuseppe Wasel, figlio di un pastore di pecore, iniziò a lavorare come stalliere presso un contadino. Le omelie, nella sua parrocchia, di due missionari verbiti suscitarono nel giovane il desiderio di diventare missionario.
A ventotto anni, Giuseppe entrò come fratello missionario a Steyl e da religioso prese il nome di Kostka, dal santo gesuita Stanislao Kostka. Ripetutamente pregò il Fondatore dell'Ordine, Arnold Janssen, di mandarlo in missione in un paese lontano. Ma questi gli rispondeva sempre con un sorriso: "La tua nave non è ancora pronta!". Fu inviato invece nel territorio della Saar per la fondazione della missione di St. Wendel. Qui, per 43 anni, Fra Kostka lavorò instancabilmente nella cucina della missione, nel negozio del convento e al servizio dei pellegrini. Quello di cui nessuno venne a conoscenza è che il Signore attirò sempre più a Sé questo discreto e grande orante e inarrestabilmente ne "spostò" la missione verso "l'interno", tanto che Fra Kostka successivamente disse: "Già nel mondo il tempo più caro per me è stato quello che ho potuto passare in preghiera davanti al Santissimo, ma nel convento l'impulso per la preghiera è cresciuto. Tutto mi ha attirato verso il Salvatore. Un ardore mi ha quasi costretto ad alzarmi per mostrare al buon Maestro il mio amore. Personalmente attribuisco la prassi della preghiera notturna alla S. Comunione quotidiana. Perché l'attrazione, questo fuoco dentro di me, veniva dal sacramento, dal Salvatore presente nel tabernacolo con la Sua divinità e la Sua umanità. Con il permesso del Padre Rettore, ho potuto alzarmi ogni notte, anche se inizialmente lui pensava che questo fosse solo un fuoco di paglia. A mezzanotte e mezza mi alzavo dal mio giaciglio, senza bisogno di una sveglia; mi sono sempre svegliato alla stessa ora e spesso ho pensato tra me che fosse il mio angelo custode a svegliarmi puntualmente. Rimanevo poi in ginocchio fino alle due davanti al Santissimo. Fin quando ho vissuto nella masseria, pregavo nel fienile perché la porta della chiesa era chiusa. Nella casa missionaria, facevo adorazione da dietro l'altare maggiore, un posto che mi è diventato caro ogni giorno di più.

venerdì 19 maggio 2017

“La Croce ha le ali”... Tratto da “Trionfo del Cuore” - LA SOFFERENZA CHE DIVENTA BENEDIZIONE - Opera di Gesù Sommo Sacerdote - Famiglia di Maria



Il giornalista spagnolo, Manuel Lozano Garrido (1920-1971), chiamato “Lolo”, è riuscito ad accettare la sua malattia incurabile come un dono dalle mani di Dio, diventando così un vero apostolo della gioia. In modo mirabile ha creduto al mistero della “corredenzione” come vocazione di tutti i sofferenti. Nel 2010 è stato il primo giornalista beatificato.

Manuel Lozano Garrido nacque come quinto di sette fratelli e sorelle nella cittadina di Linares, in Andalusia, nel sud della Spagna. Era un bambino gaio, birichino, che amava la recitazione, il calcio e tanto la natura. In seguito alla prematura morte dei genitori, profondamente credenti, per i fratelli e le sorelle ebbe inizio un periodo molto duro. A undici anni Manuel entrò a far parte di un gruppo giovanile di Azione Cattolica, divenuto poi la sua famiglia spirituale. Qui si sviluppò il suo carattere altruista e pieno di buon umore, con il quale conquistò i suoi contemporanei, e la sua luminosa capacità di giudizio come anche i suoi alti ideali. Qui furono poste le fondamenta di un amore ardente verso Cristo, l’Eucaristia e la Madonna, un amore che diede le ali al suo zelo di guadagnare uomini per Cristo. Qui scoprì anche la sua passione per la scrittura: “A quindici anni mi fu abbastanza chiara la scelta della mia futura professione ... volevo diventare giornalista”.

Riusciremo!

Lolo aveva sedici anni quando nel 1936 scoppiò la Guerra Civile in Spagna e con essa una forte persecuzione della Chiesa. Furono proibite le funzioni religiose, molti sacerdoti e laici vennero arrestati e uccisi. Anche alcuni amici di Lolo, giovani di Azione Cattolica, subirono il martirio. Dall’unico sacerdote non arrestato della città Lolo fu incaricato di portare ai cattolici perseguitati la S. Comunione. Questa esperienza di portare con sé il Signore Eucaristico, durante la guerra, lasciò tracce profonde nel giovane Manuel. Fu presto scoperto, arrestato e imprigionato per tre mesi. Ma anche in prigione non perse il suo buon umore! Dopo la sua liberazione, Manuel, ad appena diciassette anni, dovette andare al fronte repubblicano.
Nel 1939, terminata la guerra, oltre agli studi per diventare insegnante, riprese il suo apostolato. Da quel momento operò instancabilmente come catechista, faceva visita ai malati, scrisse i suoi primi articoli, come responsabile della propaganda del centro giovanile di Azione Cattolica, e addirittura condusse un programma radiofonico. Nell’estate del 1940 Manuel partecipò ad un grande pellegrinaggio per giovani al Santuario della ‘Vergine del Pilar’ a Saragozza. Lì, davanti all’immagine della Madonna, un sacerdote ricordò ai presenti quei loro coetanei che, solo pochi mesi prima, avevano sacrificato la loro vita per Cristo e rivolse ai ragazzi la domanda che Gesù aveva posto a Giacomo e Giovanni: “Potete bere il calice che io bevo?”. Nel loro affetto ed entusiasmo i giovani risposero: “Lo possiamo!”. Manuel aveva vent’anni. Tre anni dopo il Signore gli affidò un calice colmo fino all’orlo, molto diverso da come Lolo se l’era immaginato. Nel 1942, mentre prestava di nuovo servizio militare a Madrid, comparvero progressivamente i segni di una grave malattia. Inizialmente accusò forti dolori alle gambe; poi in breve tempo non riuscì più a salire le scale. Solo dopo una visita a Madrid, la diagnosi fu terrificante: morbo di Bechterew, una malattia reumatica della spina dorsale, fino ad oggi incurabile, che, accompagnata da dolori insopportabili, porta inarrestabilmente alla paralisi totale! Manuel accettò questa croce incondizionatamente. Fu dimesso dal servizio militare con la diagnosi di ‘malato inguaribile’. Forse all’inizio prese il congedo come un dono, tuttavia, con il peggiorare della malattia, per i dolori e i periodi bui, dovette crescere sempre più nell’accettazione della croce. “Accettare la volontà di Dio... Noi diciamo: accetto, accetto! Ma lo facciamo come qualcuno che dà a Dio un assegno in bianco, sperando che la somma che Egli scriverà sarà la più bassa possibile. Accettare: una bella parola, nel nostro immaginario è un contatore a gocce. L’accettazione cristiana è molto di più che un accettare. Significa amare come un dono la volontà di Dio, sia quando Egli ci dà che quando ci toglie qualche cosa. Significa fidarsi completamente che tutto ciò che Dio fa o permette è pura bontà”. Egli chiese a Gesù solo questo: “Prestami il Tuo cuore per l’uno, i tre, i cinque anni che mi restano di vita. Il Tuo cuore, non per l’egoismo di poter realizzare tutto facilmente e senza sforzo, ma per adempiere al mio dovere di amarTi senza misura” .

La Consolatrice di Lourdes e la forza della Santa Eucaristia

martedì 16 maggio 2017

Santa Matrona



Una Santa moscovita venerata dalla Chiesa ortodossa russa

Per 71 anni, S. Matrona (1881-1952) ha pregato e sofferto per il suo popolo. Simile ad una colonna di fuoco, quest’anima di espiazione russo-ortodossa ha conservato la sua imperturbabile fede nell’amore di Dio, tra le più crudeli persecuzioni da parte dei comunisti e di forze demoniache. Ella ha dato consigli a migliaia di persone in cerca di aiuto, ha curato malati, ha liberato posseduti da demoni e ha descritto eventi futuri come se li leggesse in un libro.

Matrona Dmitrijewna Nikonowa nacque nel 1881 come quarta figlia di una povera famiglia di contadini, nel piccolo paese di Sebino, 280 chilometri a sud di Mosca.
Prima del parto, la madre Natalja aveva avuto un sogno profetico, nel quale un uccello bianco con un volto umano, ma con gli occhi chiusi, si posava sulla sua mano. Nata la sua bambina cieca, addirittura senza gli occhi, con le palpebre chiuse, la mamma comprese il simbolismo del sogno. Nonostante la loro povertà, i genitori non misero in un istituto la bambina handicappata, come di solito si faceva all’epoca, ma la curarono in casa con tanto amore. Presto i genitori notarono quanto Matrona amasse la preghiera. Sebbene cieca, la piccola parlava con le icone, come se i santi e la Madonna fossero vivi davanti a lei.
La bambina partecipava volentieri con i suoi genitori alla liturgia nella vicina Chiesa, il suo posto preferito era a sinistra dell’ingresso. Lì stava spesso per ore immobile come una colonna e, meravigliando tutti, unendosi al coro, cantava a memoria i canti liturgici. Purtroppo i ragazzi del paese non avevano la sensibilità dei suoi genitori. Matrona avrebbe voluto giocare con loro, ma questi la prendevano in giro, picchiavano la bambina inerme con l’ortica o la mettevano in una buca per vedere se sarebbe riuscita a venirne fuori. La deridevano e la trattarono talmente male che ella preferì restare a giocare a casa.
Esistono solo poche foto che mostrano Santa Matrona nella sua posizione tipica, seduta e con le gambe incrociate. Paralizzata e cieca era completamente dipendente da Dio e dagli uomini. Ma proprio questa totale dipendenza ella sopportò con un tale amore, che la fece diventare “madre spirituale” per il suo popolo. Come la sua pia contemporanea Makaria (della quale abbiamo scritto nel n. 18 di “Trionfo del Cuore”), anche Matrona visse poveramente, spesso in miseria. Ma le sue sofferenze, sopportate con eroica devozione, sono diventate fonte di grazie, non solo per i molti fedeli ricevuti mentre era in vita, ma anche per quanti nel nostro tempo (e sono migliaia) si recano ogni giorno sulla sua tomba per affidare alla Santa i loro problemi.

Sofferenze straordinarie, straordinari Doni

sabato 13 maggio 2017

Madonna di Fatima - Tema: Lucia, Giacinta, Francesco. Conversione - Cielo - Sacrifici - Inferno - Rosario - Cuore Immacolato di Maria




Nel 1985, il Cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, venne interrogato dal giornalista italiano Vittorio Messori a proposito della terza parte del «segreto di Fatima», che non era ancora stata svelata. Al giornalista che si mostrava preoccupato di qualche cosa di «terribile» che si supponeva ci fosse in questo segreto, il futuro Papa rispondeva: «Se anche ci fosse, ebbene, questo non farebbe che confermare la parte già nota del messaggio di Fatima. Da quel luogo è stato lanciato un segnale severo, che va contro la faciloneria imperante, un richiamo alla serietà della vita e della storia, ai pericoli che incombono sull'umanità. È quanto Gesù stesso ricorda assai spesso, non temendo di dire: Se non vi convertite tutti, perirete (Lc 13,3). La conversione – e Fatima lo ricorda in pieno – è un'esigenza perenne della vita cristiana» (Rapporto sulla fede: Vittorio Messori a colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), 1985, p. 111).
Questo appello alla conversione, per quanto sia esigente, è quello del Cuore infinitamente amante di Nostro Signore. Nella sua sollecitudine materna nei nostri confronti, la Santissima Vergine è venuta a rivolgercelo nuovamente. Nel corso delle sue apparizioni successive a Fatima, la Madonna, modello di saggezza e di una bontà senza pari ci manifesta la sua pedagogia soprannaturale. In occasione della prima apparizione, il 13 maggio 1917, essa innalza i tre giovani veggenti al desiderio del Cielo: mentre Maria di una bellezza straordinaria, tutta luminosa, vestita di un lungo abito bianco e di un velo che scende fino ai piedi, sta davanti a lei, Lucia, la più grande del gruppo, le chiede: «Da dove viene, Signora? – Vengo dal Cielo. – E che cosa desidera da noi? – Vengo a chiedervi di trovarvi qui sei volte di seguito, a questa stessa ora, il 13 di ogni mese. Dopo, vi dirò chi sono e quello che desidero da voi. – Lei viene dal Cielo!... ed io, andrò in Cielo? – Sì, ci andrai. – E Giacinta? – Anche. – E Francesco? – Anche lui ci andrà; che reciti anche il suo rosario « »
Il Cielo è il fine della nostra esistenza. «Dio, infinitamente Perfetto e Beato in Se stesso, per un disegno di pura bontà, ha liberamente creato l'uomo per renderlo partecipe della sua vita beata» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC,1). Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, e che sono perfettamente purificati, entrano nel Cielo dove sono per sempre simili a Dio, perché Lo vedono così come Egli è (1Gv 3,2), a faccia a faccia (cfr. 1Co 13,12). Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8). Questa vita di perfetta comunione e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e i santi, pur essendo frutto di un dono gratuito di Dio, è la realizzazione delle aspirazioni più profonde dell'uomo, lo stato di felicità suprema e definitiva. Dio, infatti, ha messo nel cuore dell'uomo il desiderio della felicità al fine di attirarlo a Se. La speranza del Cielo ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore (cfr. CCC, 1723). «Solo Dio appaga», afferma san Tommaso d'Aquino.
«Noi lo vogliamo!»

giovedì 11 maggio 2017

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA… di Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”


 

Un'esigenza d'amore
Dei tre sacramenti che ci danno, o restituiscono, la grazia, il Battesimo è conferito una sola volta, l'Unzione non è data che ai malati gravi, la Penitenza invece può essere ricevuta più volte.
Questo sacramento si iscrive nella linea dell'amicizia con Dio: è un passaggio di questa amicizia. Bisogna dunque approfondire la nozione di amicizia: l'Amicizia con la A maiuscola, che raggiunge l'Amore con la A maiuscola. Oggi si parla molto di riconciliazione: ho sentito dire, a Lourdes, che se la Madonna tornasse, si aggiornerebbe anche Lei e invece di dire: «Fate penitenza!», direbbe: «Riconciliatevi!».
Mi va bene che si sostituisca alla penitenza la riconciliazione, a condizione di comprendere che la riconciliazione è una deflagrazione interiore. Quando l'amore e l'amicizia raggiungono certi livelli, non ci si lascia per un nonnulla, e non ci si riconcilia con superficialità. A questo livello l'amore è una vita, lasciarsi una morte, riconciliarsi una risurrezione. Niente di tutto questo è in nostro potere.
Facendo il sacerdote ho constatato con sorpresa che i più rinunciano presto all'Amore: non ci credono neanche più. E facile credere all'innamoramento. E più difficile credere all'amicizia. Ma l'Amore che è nello stesso tempo un'Amicizia, non credo d'averlo trovato all'infuori dei mistici. Sto pensando in particolare alle famiglie cristiane: ci può essere in esse molto affetto e anche molta passione, ma l'amicizia è una cosa talmente profonda che nei migliori dei casi se ne sospettano a mala pena le esigenze.
Quando nasce una vera amicizia, essa suscita le stesse ansie, lo stesso timore di perdere tutto ad ogni istante, come nella vita mistica, la quale è, come canta San Giovanni della Croce, «ardente di un amore pieno di angosce». Non c'è grande amore senza ansietà, e questo ci riporta al viaggio, perché il viaggio non è turismo, è Ulisse che ritorna a Itaca.
L'amicizia

IL FINE ULTIMO… di Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”.



Senso di colpa e peccato
Oggi si parla molto di senso di colpa e gli psicologi dicono che vogliono liberarci da esso. In verità, c'è un solo modo di liberarsi dal senso di colpa, ed è quello di scoprire e riconoscere il proprio peccato. Il complesso di colpa è una grande illusione, che consiste nel tormentarsi per peccati che non sono veramente tali e che in ogni caso non giustificano un tale malessere della coscienza. Ma sotto a questa oscura, scoraggiante, e in fondo vana, sofferenza si nasconde una verità profonda: la verità del nostro peccato, ed è questa verità che ci libererebbe se noi la sapessimo riconoscere. -
La maggior parte dei rimproveri che ci vengono fatti mirano a farci diventare qualcos'altro da quello che siamo, il che è assolutamente impossibile. Essi alimentano il nostro senso di colpa, e cioè la vergogna di essere noi stessi. Quando scoprirete il vostro peccato, vedrete che esso consiste precisamente nel rifiuto di essere voi stessi, così come Dio vi ha fatto o vi vuole. Il peccato consiste nel non essere felici, nel non cercare la felicità dove essa si trova, e perciò nel non trovarla. Quando si comincia a capirlo, tutto il resto non ci impegnerà più di tanto e il complesso di colpa sparirà molto presto.
Sapere ciò che si vuole

mercoledì 10 maggio 2017

Beato Enrico Rebuschini - Gravedona (Como), 28 aprile 1860 - Cremona, 10 maggio 1938 - Tema: Esaurimento nervoso - Sofferenza - Lotta spirituale


Conferire gli onori della beatificazione ad un religioso ospedaliero, colpito a varie riprese da esaurimento nervoso, è un atto che, di primo acchito, può stupire. Tuttavia, proclamando Beato Padre Enrico Rebuschini, il 4 maggio 1997, Papa Giovanni Paolo II ha confortato molti uomini e molte donne della nostra epoca, tutti quelli cioè che sono confrontati a prove similari, o personalmente o nel loro ambiente.
Enrico è nato nell'Italia del Nord, a Gravedona, sulla riva nord-ovest del lago di Como, il 28 aprile 1860. Suo padre, Domenico, intendente di finanza, prima di esser promosso ispettore capo fiscale della provincia di Como, non è favorevole alla religione: accompagna la moglie fino all'entrata della chiesa, ma rimane all'esterno. Sua madre, Sofia, cristiana esemplare, è nativa di Livorno, in Toscana. La coppia ebbe cinque figli. Enrico è il secondo. Alla fine degli studi medi superiori, Enrico, che non può seguire la propria propensione per la vita religiosa, a causa dell'opposizione del padre, si iscrive alla Facoltà di matematica di Pavia. Ragazzo calmo e beneducato, non rimane che un anno all'Università, il cui ambiente anticlericale suscita in lui amarezza e disgusto.
Tornato a Como, compie il servizio militare, nell'ambito dell'anno di volontariato. Nei momenti di libertà, si isola volentieri nella preghiera e nelle buone letture. Alunno presso la Scuola militare di Milano, ne esce sottotenente della riserva, stimato dai superiori che lo incoraggiano a far carriera nell'esercito. Ma, tornato in famiglia, preferisce compiere studi di ragioneria, che si concluderanno con un diploma ottenuto nel 1882, a pieni voti.
Una strada che non gli va

martedì 9 maggio 2017

L'ULTIMO POSTO... Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”



Bisogna pregare sempre
Certe parole di Cristo sembrano particolarmente dure, quelle, per esempio, che esigono la rinuncia ai beni di questo mondo. C'è chi ha osservato che una tale rinuncia è praticamente impossibile. La sola cosa da fare, la sola risoluzione assolutamente indispensabile alla ricerca di Cristo - quella che governa tutte le altre e senza la quale nulla è effettivamente possibile - è quella di pregare. Anche quando c'è altro da fare, non si è mai dispensati dal pregare. Davanti a certe difficoltà che sembrano insuperabili, l'unica soluzione è chiedere aiuto.
Non sembra una cosa difficile. Pensate a un avvocato che sollecita la grazia per un condannato a morte: questo è pregare. Basta riconoscere che non possiamo cavarcela da soli, e sperare che un altro ci venga a salvare. Allora si grida «aiuto!», come il naufrago che scorge una nave.
Purché, naturalmente, si ammetta l'esistenza di Dio, e si accetti di avere a che fare con Lui. Mia madre mi raccontava che, durante un bombardamento, un'infermiera che non riusciva a pregare le chiese di farlo per lei: anche questo è preghiera. Chiedete a chi può di pregare per voi, andate in un convento con questa precisa intenzione, oppure chiedete a un sacerdote di celebrare una Messa per voi: è più importante di quanto non sembri. Anche se quelli a cui lo chiedete si scordano di farlo, voi avrete pregato lo stesso, perché avete chiesto qualcosa a Dio per mezzo loro. Non c'è nessuno, dunque, che non possa pregare, se lo vuole davvero; anche se non ha la fede e non sa come mettersi alla presenza di Dio. Per questo Cristo ci dice di pregare sempre, senza stancarci mai.
Facile e impossibile