giovedì 29 maggio 2014

Sono bella perché amo!



La bellezza fa parte della grazia della donna.
Non c’è donna che non desideri essere bella.
La donna è bella, ma la sua bellezza non deriva dalla regolarità dei suoi lineamenti, viene dalla
presenza di Dio in lei, dalla luce interiore che illumina i suoi tratti.

E’ Dio in noi che è bello.
Come ciò che è vero è bello,
così ciò che è buono è bello.
Una donna buona è bella.

Niente
imbruttisce la donna come lo sguardo che ella rivolge su di sè.
Quante energie spese a farsi bella, ad apparire, con l’ossessione delle prime rughe e dell’invecchiamento, senza riuscire ad evitare gli oltraggi del tempo.
Niente invece la abbellisce come lo sguardo che Dio posa su di lei.
Sapersi amati da Qualcuno che, al di sopra di tutto e di tutti, ci ama così come siamo, rende belli!
Come mai sei così bella?”“Sono bella perché amo”
Che risposta magnifica, e davvero confortante per tutte quelle che sono minate dai complessi e dalle paure.
(Jo Croissant, Il mistero della donna, ed. Ancora 1997)

Bellezza (La bellezza è un dovere!)

E’ stato detto: «L'occhio è la lucerna del corpo; se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (Mt 6, 23).
È davvero così: l'occhio ci rivela agli altri anche se noi cerchiamo di mascherarci. Per non farci "scoprire" dovremmo ricorrere agli occhiali scuri, come i mercanti cinesi o i parenti, ipocritamente addolorati, che accompagnano un congiunto al cimitero. Noi dobbiamo invece abituarci a non nascondere niente, a lasciarci guardare da tutti negli occhi, senza paura.
Ma il nostro impegno non finisce qui, va oltre: è importante che ci sforziamo di essere per gli altri «una bella veduta», un panorama che apre le pupille, che allieta il cuore. Noi abbiamo il dovere di essere belli e buoni.
- E perché mai? - dirà qualcuno.
Perché è giusto fare agli altri quello che vogliamo che gli altri facciano a noi.
E noi, cosa vogliamo dagli altri? Che siano belli e buoni, che siano attraenti, «guardabili» con gusto e gioia. Senza questi «panorami» che ci dilatano le pupille, la vita sarebbe un peso insopportabile. È quindi davvero fondamentale per tutti impegnarsi a essere buoni e belli, così da rendere la vita il più possibile gioiosa e felice.
Un volto amabile, una persona gentile, un gesto bello, una casa accogliente... sono i sentieri attraverso cui ci arriva la felicità. Quante volte vi è capitato che un volto bello e gentile vi ha illuminato tutta la giornata? Magari vi è accaduto nel posto più impensato: in un ufficio pubblico, in un negozio, nella biglietteria della metropolitana, nella segreteria della scuola, per strada. Che sollievo trovare un volto sorridente! Purtroppo capita sempre meno di quanto noi ne abbiamo bisogno.
Curare il proprio corpo e i propri sentimenti in modo da andare incontro agli altri «gradevoli» è un dovere che dobbiamo al prossimo, all’umanità, alla vita.
La bellezza e la bontà aprono gli occhi e rallegrano il cuore.
«Un cuore lieto rende gioioso il volto» (Pr 15,13).
Noi ora sappiamo che un volto gioioso rende lieti i cuori che lo incontrano. La gioia e la bellezza sono un dono che dobbiamo augurarci di incontrare nella nostra vita. Ma noi dobbiamo fare di tutto per essere un dono di bene, di bellezza, di gioia per gli altri.

Trucco (Il «trucco» che fa belli gli occhi)

Un bel maquillage al volto è sufficiente per portare un po' di gioia agli altri? Basta accentuare con un po' di mascara il nero delle ciglia e delle sopracciglia, prima di uscire da casa?
Il trucco «cosmetico», dall'esterno, se è ben fatto può aiutare, ma non basta. Due occhi «truccati» possono suscitare una bella impressione quando sono guardati da lontano, ma da vicino la loro bellezza e luminosità può nascere soltanto da «dentro». Due occhi «buoni e belli» che illuminano l'ambiente e danno gioia a chi li guarda, possono nascere soltanto dal “cuore”, perché la vera bellezza nasce «dentro».
Vogliamo essere un dono per gli altri? Vogliamo portare un po' di luce dove viviamo? Vogliamo rendere più bella la vita nostra e degli altri? Ci sta a cuore davvero la qualità della vita? Riforniamo il nostro «dentro» con quello che può illuminare lo sguardo: i sentimenti.
La gentilezza, la cortesia, la capacità di ascoltare gli altri, di essere solidali, l'attenzione... sono «il trucco» che fa bello il nostro sguardo e fa dire a chi esce da casa: «Oggi spero di incontrare persone che mi aprano le pupille e il cuore».

mercoledì 28 maggio 2014

S. Giovanni della Croce: Notte Oscura - Libro I


Ove si tratta della notte dei sensi.

Strofa
In una notte oscura,
con ansie, dal mio amor tutta infiammata,
oh, sorte fortunata!,
uscii, né fui notata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

Spiegazione

1. In questa prima strofa l’anima racconta in che modo si è dovuta distaccare affettivamente da se stessa e da tutte le cose, cioè come abbia dovuto praticare una radicale rinuncia per morire a queste cose e a se stessa. Solo così è riuscita a vivere una vita d’amore con Dio, piena di dolcezze e delizie spirituali. Afferma, altresì, che tale distacco è stato una notte oscura, termine che qui si riferisce alla contemplazione purificante. Mediante questa, come dirò più avanti, si opera passivamente nell’anima la suddetta rinuncia a se stessa e a tutte le cose.
2. Se ha potuto operare il distacco – tiene a precisare –, lo ha fatto con la forza e la veemenza dell’amore che lo Sposo le ha concesso in questa contemplazione oscura. In tutto ciò riconosce la felice sorte, che le è toccata, di arrivare a Dio attraverso questa notte con così grande fortuna, che nessuno dei tre nemici, cioè il mondo, il demonio e la carne, che ostacolano sempre il cammino, ha potuto impedirle di avanzare. Difatti la notte della contemplazione purificante ha assopito e addormentato nella casa della sua sensibilità tutte le passioni e le tendenze che le erano contrarie. Per questo il verso dice: In una notte oscura.
CAPITOLO 1
Ove si comincia a parlare delle imperfezioni dei principianti.
1. L’anima comincia a entrare in questa notte oscura quando Dio la fa uscire dallo stato dei principianti, cioè di coloro che si servono ancora della meditazione nel cammino spirituale, e la trasferisce gradatamente in quello dei proficienti, cioè quella dei contemplativi. Superato questo stadio, la conduce allo stato dei perfetti, che è quello dell’unione con Dio. Al fine di chiarire e meglio comprendere che notte sia quella che l’anima deve attraversare e per quale motivo il Signore ve la ponga, è opportuno prima d’ogni cosa accennare ad alcune imperfezioni dei principianti. Lo farò molto rapidamente, ma non per questo ciò sarà inutile agli stessi principianti. Difatti, anche in questo modo, essi potranno comprendere lo stato di vita in cui giacciono, per poi sentirsi spinti a desiderare che Dio li faccia entrare in questa notte, dove l’anima si fortifica attraverso l’esercizio delle virtù e gusta le inestimabili delizie dell’amore di Dio. Se mi dilungherò un po’, non sarà più di quanto basti per poter trattare subito dopo della notte oscura.

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", Salmo 22 (21) di BENEDETTO XVI





Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi di oggi vorrei affrontare un Salmo dalle forti implicazioni cristologiche, che continuamente affiora nei racconti della passione di Gesù, con la sua duplice dimensione di umiliazione e di gloria, di morte e di vita. È il Salmo 22, secondo la tradizione ebraica, 21 secondo la tradizione greco-latina, una preghiera accorata e toccante, di una densità umana e una ricchezza teologica che ne fanno uno tra i Salmi più pregati e studiati di tutto il Salterio. Si tratta di una lunga composizione poetica, e noi ci soffermeremo in particolare sulla sua prima parte, incentrata sul lamento, per approfondire alcune dimensioni significative della preghiera di supplica a Dio.
Questo Salmo presenta la figura di un innocente perseguitato e circondato da avversari che ne vogliono la morte; ed egli ricorre a Dio in un lamento doloroso che, nella certezza della fede, si apre misteriosamente alla lode. Nella sua preghiera, la realtà angosciante del presente e la memoria consolante del passato si alternano, in una sofferta presa di coscienza della propria situazione disperata che però non vuole rinunciare alla speranza. Il suo grido iniziale è un appello rivolto a un Dio che appare lontano, che non risponde e sembra averlo abbandonato:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido.
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me» (vv. 2-3).

martedì 27 maggio 2014

I Profumi di Padre Pio



L'osmogenesi è un carisma posseduto da alcuni Santi. Tale carisma, in talune circostanze consentiva ai medesimi di far percepire a distanza o a chi gli stava vicino, profumi particolari.
Tali profumi vengono definiti odori di santità. Padre Pio era in possesso di tale carisma e tali fenomeni erano così frequenti per lui, che la gente comune era abituata a definirli come i
Profumi di Padre Pio.
Spesso il profumo emanava dalla sua persona, dagli oggetti che toccava, dai suoi indumenti. Altre volte il profumo era percepibile nei luoghi in cui passava.


Un giorno un noto Medico aveva tolto dalla piaga del costato di Padre Pio una benda che era servita a tamponare il sangue e l'aveva chiusa in un astuccio per portarla nel suo laboratorio di Roma, per analizzarla. Durante il viaggio, un Ufficiale e altre persone che erano con lui dissero di sentire il profumo che di solito emanava Padre Pio. Nessuna di quelle persone sapeva che il dottore aveva nella borsa la benda intrisa del sangue del Padre. Il medico conservò quel panno nel suo studio, e lo strano profumo impregnò per lungo tempo l'ambiente, tanto che i pazienti che andavano per le visite chiedevano spiegazioni.
 ***
 Fra Modestino raccontava: "Una volta mi trovavo in vacanza a San Giovanni Rotondo. Al mattino mi presentai in sacrestia per servire la Messa a Padre Pio, ma già c'erano altri che si disputavano questo privilegio. Padre Pio interruppe quel sommesso vociare dicendo - la Messa la serve solo lui - e indicò me. Nessuno parlò più, accompagnai il Padre all'altare di San Francesco e, chiuso il cancelletto iniziai a servire la Santa Messa in assoluto raccoglimento. Al "Sanctus" ebbi un improvviso desiderio di risentire quell'indescrivibile profumo che già tante volte avevo percepito nel baciare la mano di Padre Pio. Il desiderio fu subito esaudito. Un'ondata di tanto profumo mi avvolse. Aumentò sempre di più' fino a togliermi il respiro. Mi ressi con la mano alla balaustra per non cadere. Stavo per svenire e chiesi mentalmente a Padre Pio di evitarmi una brutta figura dinanzi alla gente. In quel preciso istante il profumo sparì. A sera, mentre l'accompagnavo alla cella, chiesi a Padre Pio spiegazioni sul fenomeno. Mi rispose: "Figlio mio, non sono io. È il signore che agisce. Lo fa sentire quando vuole e a chi vuole. Tutto avviene se e come piace a Lui."
***

L'abbandono di don Vigilio Covi


«se non diventerete
come bambini... » 
 
« Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio.
Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre ».
(Sal 52, 10)   

Una frase del profeta Isaia (30, 15) pone in evidente contrasto due parole:
« nell'abbandono confidente sta la vostra forza »!  

Chi s'abbandona lo vediamo quasi spontaneamente come un rinunciatario, uno che non sa custodire e difendere e salvare la propria personalità. E questo di per sé non è escluso dall'atteggiamento dell'abbandonarsi, a meno che l'abbandono non sia invece un affidarsi, lasciare che si occupi di me un altro, Dio! A questo alludeva certamente Isaia con l'aggettivo "confidente"! Abbandono la mia vita, sapendo con piena fiducia che c'è un Padre che se ne occupa già! 
L'uomo, da quando scopre di non essere più bambino, o non vuole più esserlo, vuole conquistare la vita, essere padrone, determinare le proprie giornate e i propri minuti! E quante agitazioni e arrabbiature quando dei casi chiamati fortuiti o semplicemente imprevisti o disguidi vengono a condizionare le lucide scelte, le chiare previsioni... Ogni movimento di stizza o di rabbia o di prepotenza sono segno di una vita che vuol possedersi. E' il tragico riflesso della decisione di Adamo. Adamo, l'uomo, decide la propria vita autonomamente, come se Dio fosse diventato muto o come se Dio fosse sostituibile dalla propria volontà. L'uomo si ritrova subito non nudo di vestiti, ma nudo di gioia e di libertà. Ci sono tante di quelle cose che lo ostacolano, che gli impediscono di realizzare subito le sue decisioni o di realizzarle comunque! Egli si vede allora come un vinto, come un fallito, e reagisce come un lottatore o come un arreso. Diventa prepotente o rassegnato! 
L'abbandono di cui ora ci occupiamo è uno dei modi con cui l'uomo esprime il suo rapporto con Dio. E' l'atteggiamento con cui l'uomo dà concretezza alla Presenza del Padre. L'abbandono vissuto così non è passività, anche se così può sembrare all'occhio estraneo e superficiale, ma è grande e profonda attività. 
Senza una faticosa e - talvolta - dolorosa vittoria su se stessi e sull'influsso delle aspettative di coloro che mi circondano o dell'opinione corrente, non riesce possibile un vero abbandono. Abbandonarsi a Dio richiede mettere in atto una fede decisa, un amore pronto ad arrischiare la morte, una speranza contro ogni speranza. 
Per questo l'abbandonarsi a Dio dona forza, rende talmente forti da affrontare coraggiosamente e serenamente difficoltà e pericoli e situazioni impossibili: chi si abbandona a Dio tiene conto della forza di Dio!
« Nell'abbandono confidente sta la vostra forza ».

don Vigilio Covi
 

L'ABBANDONO DI GESÙ

« Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito »  

Gesù, con il suo modo di rapportarsi al Padre, ci mostra fino a qual punto giunge il vero abbandono. Nel suo esser figlio vive un rapporto di piena fiducia e di amorevole obbedienza verso il Padre.
Egli sa, non solo che il Padre esiste, ma che è veramente papà e che vuole esercitare la sua paternità. Perciò Gesù si affida a Lui totalmente. Lo notiamo durante tutta la sua esistenza terrena, ma ce ne rendiamo conto in modo più forte nei momenti in cui Gesù viene tentato: nel deserto e sul Calvario.
Nel deserto Gesù viene tentato di usare in modo autonomo i poteri che gli vengono dal suo esser figlio di Dio. « Dato che sei figlio di Dio » - sembra suggerirgli la tentazione - « fa quello che un Dio può fare »! Questo pensiero - apparentemente "giusto" secondo un ragionamento logico - è riconosciuto diabolico da Gesù: è un pensiero che lo porterebbe a non esser più figlio, un pensiero che, rendendo il figlio indipendente dal Padre, lo priva della sua stessa identità di figlio. Se il figlio non riceve più vita dal padre, non riceve gli impulsi della vita e gli orientamenti della vita dal Padre, non può più chiamarsi figlio: non lo è più!

lunedì 26 maggio 2014

Carissima mamma di Gesù,


Carissima mamma di Gesù,
prima di tutto fa che io lo ami sempre più.
Poi, caso mai ti fosse sfuggito, con così
tanti figli a cui badare...
ti riassumo brevemente la situazione.
Sai che ho chiesto con insistenza al tuo
Gesù di mandarmi un aiuto
che mi aiutasse a percorre questa
incredibile valle di lacrime.
Quello che mi è arrivato è sicuramente un
magnifico dono,
ma a volte mi sbilancia, mi sorprende, mi
fa venire un colpo al cuore,
meno male che non soffro di cuore...
Allora hai già capito, ti chiedo aiuto per
accogliere l'aiuto.
Scusa la curiosità, mai i vostri doni
producono sempre questi effetti?
Saluti affettuosi e tenerissimi baci.
 
Paola

Vangelo del giorno (Gv 15,26—16,4)



In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto».


Commento: Rev. P. Higinio Rafael ROSOLEN IVE (Cobourg, Ontario, Canada)
«E anche voi mi renderete testimonianza»


Oggi, nel Vangelo Gesù annuncia e promette la venuta dello Spirito Santo: «Ma quando verrà il Paraclito, (...) che procede dal Padre mio, egli testimonierà di me» (Gv 15,26). “Paráclito” significa letteralmente “colui che è chiamato vicino a uno”, e di solito viene tradotto come "Consolatore". Così, Gesù ci ricorda della bontà di Dio, perché pur essendo lo Spirito Santo l'amore di Dio, Egli infonde nei nostri cuori la pace, la serenità nelle avversità e la gioia per le cose di Dio. Egli ci fa guardare verso l’alto e unirci a Dio.

Inoltre Gesù dice agli apostoli: «E anche voi mi renderete testimonianza» (Gv 15,27). Per dare testimonianza è necessario:

1º Avere comunione ed intimità con Gesù. Ciò deriva dal rapporto quotidiano con Lui: la lettura del Vangelo, ascoltare le Sue parole, conoscere quello che Gesù ci insegna, frequentare i sacramenti, essere in comunione con la Chiesa, imitare il suo esempio, osservare i comandamenti, vederlo nei santi, riconoscerlo nei nostri fratelli, avere il suo spirito e amarlo. Si tratta di avere una esperienza personale e viva di Gesù.

I PIU' BEI PENSIERI DI SAN FILIPPO NERI


L'amore di Dio
- Chi vuole altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che si voglia. Chi dimanda altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quello che si faccia.
- L'anima che si dà tutta a Dio, è tutta di Dio.
- Quanto amore si pone nelle creature, tanto se ne toglie a Dio.
- All'acquisto dell'amor di Dio non c'è più vera e più breve strada che staccarsi dall'amore delle cose del mondo ancor piccole e di poco momento e dall'amor di se stesso, amando in noi più il volere e servizio di Dio, che la nostra soddisfazione e volere.
- Come mai è possibile che un uomo il quale crede in Dio, possa amare altra cosa che Dio?
- La grandezza dell'amor di Dio si riconosce dalla grandezza del desiderio che l'uomo ha di patire per amor suo.
- A chi veramente ama Dio non può avvenire cosa di più gran dispiacere quanto non aver occasione di patire per Lui.
- Ad uno il quale ama veramente il Signore non è cosa più grave, né più molesta quanto la vita.
- I veri servi di Dio hanno la vita in pazienza e la morte in desiderio.
- Un'anima veramente innamorata di Dio viene a tale che bisogna che dica: Signore, lasciatemi dormire: Signore, lasciatemi stare.

Presenza in Dio e confidenza in Lui
- Spesso esortava i suoi figli spirituali che pensassero di aver sempre Dio davanti agli occhi.
- Chi non sale spesso in vita col pensiero in Cielo, pericola grandemente di non salirvi dopo morte.
- Paradiso! Paradiso! era il grido col quale calpestava ogni grandezza umana.
- Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi.
- Bisogna avere grande fiducia in Dio, il quale è quello che è stato sempre: e non bisogna sgomentarsi per cosa accada in contrario.

domenica 25 maggio 2014

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo -1Pt 3,15-18 - Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.


 
1Pt 3, 15-18

Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

Parola di Dio

Riflessione

Pietro, oggi, con la sua lettera ci dà tre insegnamenti molto utili: dobbiamo amare Dio, essere capaci di rispondere a chi ci chiede il motivo per cui crediamo e, infine, ci dice di non stupirci se dobbiamo soffrire per la nostra fede.
Partiamo quindi dal primo insegnamento... Gesù deve essere sempre presente nel nostro cuore in ogni momento della nostra vita. Dobbiamo instaurare con Lui un'amicizia speciale, con colloqui confidenziali, senza timore, come se fosse un amico vivo davanti a noi. Una volta che Dio ha preso residenza da noi, essere bravi cristiani, essere degli onesti cittadini, essere dei buoni governanti, non è impossibile... anzi... è una cosa che si farà in automatico. Veniamo al secondo insegnamento... Non dobbiamo lamentarci se qualcuno ci domanda ragione della nostra fede. Un vero cristiano infatti, si dovrebbe preoccupare quando nessuno gli domanda spiegazioni del perché crede in Dio, o del suo comportamento in molte situazioni diverso da quello dei più; perché questo significherebbe che la vita di preghiera e l'amore di Dio sono un po' carenti e non diffondono troppa Luce. Quando invece un cristiano riflette veramente la luce del Signore, succede che molti scappano, altri cercano di oscurarla e altri ancora ne rimangono positivamente colpiti. Ma non dobbiamo scoraggiarci, perché nel momento in cui ci comportiamo bene mentre gli altri parlano male, alla fine chi sparla si vergognerà da solo. Infatti, il nostro modo mansueto di difenderci non farà attecchire le radici del male e la pianta della cattiveria si seccherà e cadrà al suolo.
In ogni caso, per rispondere a chiunque ci domanda spiegazioni, dobbiamo essere prima di tutto preparati. E per questo dobbiamo impegnarci a leggere ed accogliere la Parola di Dio, meditandola giorno e notte. Diciamo pure che a volte è una faticaccia!!!... e non sempre ci si riesce... Ma una volta metabolizzata dentro di noi, potremmo in modo chiaro rispondere alle domande non solo a parole, ma anche con i fatti. L'amore di Dio infatti non si manifesta solo a parole, ma anche col servizio. Chi ama veramente Dio è gioioso, gli brillano gli occhi, non scappa davanti alla luce, non si nasconde con una scusa, è attento a chi soffre e lo consola, non pensa di essere invadente o inopportuno, perché chi si mette questo problema probabilmente la carità l'ha mandata in ferie!!!
Allora chiediamo al buon Dio di essere sempre leali, rispettosi e caritatevoli. Non solo, chiediamogli di aiutarci a non scoraggiarci quando ci capiterà di patire perché siamo Suoi discepoli.
Alla fine vediamo il terzo insegnamento. Le angustie fanno parte di questo cammino e Gesù non ci ha mai detto il contrario. Allora dobbiamo continuare a fare del bene a tutti, perché seminare dei semi non buoni porterà un pessimo raccolto. Un cristiano che si comporta bene infatti, avrà più possibilità di ricevere bene. E' anche vero che a volte nonostante la nostra bontà riceviamo del male. Che dire?... Che dobbiamo sopportare pazientemente le persone moleste!!!... O meglio: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi!” (1Pt 3, 14).
Le sofferenze infatti, non sono solo fisiche o economiche, ma anche spirituali, e tante volte le incontriamo in ambienti nei quali non ce lo aspetteremmo. E così ti ritrovi a lottare, oltre che con la tua, anche con la miseria e la tiepidezza altrui. Che fare allora?
Pregare... per noi e per tutti, perché Gesù non è morto e risorto solo per qualcuno, ma per tutti. Durante l'ultima cena Gesù ha promesso di prepararci un alloggio in Cielo, quindi dobbiamo stare tranquilli... Questo alloggio non sarà un bilocale!!! Su questi insegnamenti di Pietro ci possiamo fare tre semplici domande: Cristo, è d'avvero nel mio cuore?... Io, sono capace di rispondere alle domande, a volte provocatorie, sul perché prego, perché amo Gesù, perché vado in Chiesa, perché prendo la comunione?... Mi meraviglio se,  pur essendo amica di Gesù, soffro in continuazione?
Tre belle domande... proviamo a rispondere!!!
Pace e bene

sabato 24 maggio 2014

Tratto da “MEDITAZIONE SULLA PREGHIERA A GESÙ” di Don DIVO BARSOTTI



Se la nostra consacrazione dipende da una vocazione divina, conviene che noi meditiamo profondamente e lungamente che cosa importi questa vocazione.
Si potrebbe certo meditare sull'amore infinito di Dio che ci ama, che chiama ognuno per nome, che assiste ciascuno di noi e ci accompagna in ogni istante del nostro cammino. Si potrebbe certo pensare alla iniziativa di Dio in questo cammino di santificazione, in questo cammino di perfezione che deve esser per tutti la vita cristiana - e avremmo tanto da meditare! Voglio piuttosto meditare su un'altra verità che tante volte ci rimane nascosta, ed è precisamente il fatto che la vocazione ci mette in rapporto con Dio: non siamo più noi i padroni della nostra vita, non siamo più così liberi da dover determinare il nostro cammino.
Certo, la vocazione divina lascia a noi la decisione di una risposta, ma, sia che noi facciamo una via, sia che ne facciamo un'altra, il nostro cammino ora non è più che una risposta o un rifiuto a Dio. Noi siamo in rapporto con Dio, la nostra vita è essenzialmente questo rapporto; dal momento che il nostro cammino è determinato da una parola che ci è stata rivolta, il nostro cammino ora non può essere più che questo: o una risposta a Dio che ci chiama o un rifiuto a Lui che ci invita.
E questa verità ci insegna quale responsabilità pesa su di noi. Se a noi soli fosse lasciato di scegliere la via, il cammino, la mèta, non ci sentiremmo tanto colpevoli se poi non giungessimo là dove i nostri desideri ci farebbero tendere. Nessuno infatti si sente colpevole verso di sé, si può dire: - Pazienza! Volevo arrivar sulla cima e non son giunto altro che a metà del cammino. - Noi potremmo anche rimpiangere di non aver potuto realizzare quanto speravamo, ma non per questo Ci sentiremmo colpevoli. Siamo colpevoli invece quando dobbiamo rispondere a un Altro, il quale ha ogni diritto su noi, del nostro cammino.
Dobbiamo renderci conto che una vocazione divina che noi abbiamo ricevuto, ci fa precisamente responsabili di fronte al Signore di tutta la nostra vita.

Lo scandalo dell'incoerenza - PAPA FRANCESCO



I cristiani incoerenti suscitano scandalo perché danno una contro-testimonianza a chi non crede. Sulla coerenza Gesù usa espressioni molto forti, tanto che a sentirle qualcuno potrebbe persino dire: «Ma questo lo dice un comunista». E invece no: «È la parola di Dio!».
Proprio al tema della coerenza cristiana, suggerito dall’amministrazione del sacramento della cresima, Papa Francesco ha dedicato l’omelia alla messa di questa mattina, giovedì 27 febbraio, nella Cappella della Casa Santa Marta. «Essere cristiano — ha chiarito subito il Papa — significa dare testimonianza di Gesù Cristo». Infatti «il cristiano è la persona, l’uomo e la donna, che dà la testimonianza di Gesù Cristo».
Il Pontefice ha poi delineato il profilo spirituale del cristiano, indicandone proprio nella coerenza l’elemento centrale. In tutte le cose della vita, ha detto, bisogna «pensare come cristiano; sentire come cristiano e agire come cristiano». È questa «la coerenza di vita di un cristiano che nel suo agire, nel suo sentire, nel suo pensare» riconosce la presenza del Signore.
Il Papa ha anche messo in guardia dal fatto che «se manca una di queste» caratteristiche «non c’è il cristiano». Del resto «uno può anche dire: io sono cristiano!». Però «se tu non vivi come cristiano; se tu non agisci come cristiano; non pensi come cristiano e non senti come cristiano c’è qualcosa che non va. C’è una certa incoerenza!». Tutti noi cristiani, ha avvertito il Pontefice, «siamo chiamati a dare testimonianza di Gesù Cristo». E i cristiani che invece «vivono ordinariamente, comunemente, nell’incoerenza, fanno tanto male».

Dai «Commenti sui salmi» di sant'Agostino, vescovo - (Sal. 148, 1-2; CCL 40, 2165-2166)



L'alleluia pasquale

    La meditazione della nostra vita presente deve svolgersi nella lode del Signore, perché l'eterna felicità della nostra vita futura consisterà nella lode di Dio; e nessuno sarà atto alla vita futura, se ora non si sarà preparato. Perciò lodiamo Dio adesso, ma anche innalziamo a lui la nostra supplica. La nostra lode racchiude gioia, la nostra supplica racchiude gemito. Infatti ci è stato promesso ciò che attualmente non possediamo; e poiché è verace colui che ha promesso, noi ci rallegriamo nella speranza, anche se, non possedendo ancora quello che desideriamo, il nostro desiderio appare come un gemito. È fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode. La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l'altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione dei due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. Ciò che celebriamo prima di Pasqua, è anche quello che operiamo. Ciò che celebriamo dopo Pasqua, indica quello che ancora non possediamo. Per questo trascorriamo il primo tempo in digiuni e preghiere. L'altro, invece, dopo la fine dei digiuni lo celebriamo nella lode. Ecco perché cantiamo: alleluia.
    Infatti in Cristo, nostro capo, è raffigurato e manifestato l'uno e l'altro tempo. La passione del Signore ci presenta la vita attuale con il suo aspetto di fatica, di tribolazione e con la prospettiva certa della morte. Invece la risurrezione e la glorificazione del Signore sono annunzio della vita che ci verrà donata.
    Per questo, fratelli, vi esortiamo a lodare Dio; ed è questo che noi tutti diciamo a noi stessi quando proclamiamo: alleluia. Lodate il Signore, tu dici a un altro. E l'altro replica a te la stessa cosa.
    Impegnatevi a lodare con tutto il vostro essere: cioè non solo la vostra lingua e la vostra voce lodino Dio, ma anche la vostra coscienza, la vostra vita, le vostre azioni.
    Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l'orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. Le nostre orecchie sentono le nostre voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri.

Voi siete del mondo - CURATO D’ARS



Vorreste essere di Dio e accontentare il mondo. Sapete cosa sono tali persone? Sono persone che non hanno ancora perso interamente la fede, e alle quali rimane ancora qualche attaccamento al servizio di Dio; esse non vorrebbero abbandonare tutto, perché esse stesse biasimano coloro che non frequentano piu le funzioni sacre, ma non hanno abbastanza coraggio per rompere col mondo, e per rivolgersi dalla parte del buon Dio. Questa gente non vorrebbe dannarsi, ma non vorrebbe neanche scomodarsi. Sperano di potersi salvare, senza farsi troppa violenza. Hanno in mente che il buon Dio essendo casi buono, non li ha creati per perderli, che in fin de' conti perdonerà loro, che verrà un tempo nel quale si daranno al buon Dio, si correggeranno, lasceranno le loro cattive abitudini. Se, in qualche momento di riflessione, essi mettono la loro povera vita un po' dinanzi agli occhi, se ne lamentano, e qualche volta verseranno anche delle lacrime...
Ahimè! quale triste vita conducono coloro che vorrebbero essere del mondo senza smettere di appartenere a Dio! Andiamo un po' avanti e capirete ancora meglio; vedrete quanto è ridicola la loro stessa vita. In certi momenti li sentirete pregare il buon Dio o fare un atto di contrizione, in altri momenti li sentirete bestemmiare, forse lo stesso Santo Nome di Dio, se qualche cosa non va come loro vogliono. La mattina, li avete visti alla santa Messa, cantare o sentire le lodi di Dio e, lo stesso giorno, li vedete tenere i discorsi più infami... Gli stessi occhi che, la mattina, hanno avuto la grande gioia di contemplare Gesù Cristo stesso nell'ostia santa, durante il giorno guarderanno volontariamente gli oggetti più disonesti, e questo, con piacere. Ieri, avete visto tale uomo fare la carità al suo prossimo, o rendergli un servizio, oggi, cercherà di ingannarlo, se può trovarvi profitto. Solo qualche istante fa, quella madre augurava ogni specie di benedizioni ai suoi figli, e adesso che l'hanno contrariata, essa li carica di ogni specie di sciagure: vorrebbe non averli mai visti, vorrebbe essere lontana da essi tanto quanto ne è vicina; finisce per mandarli al diavolo, per sbarazzarsene! A momenti essa manda i suoi figli alla santa messa o a confessarsi. Altri momenti, li manderà al ballo, o almeno farà finta di non saperlo, o lo proibirà loro ridendo, il che vuol dire: «Vacci! ». Una volta dirà a sua figlia di essere prudente, di non frequentare le cattive compagnie e un'altra volta la lascia passare ore intere con i ragazzi, senza dirle nulla. Andiamo! povera madre, lei è del mondo! Crede di essere di Dio per. qualche apparenza di religione che pratica. Si sbaglia: lei è del numero di coloro ai quali Gesù ha detto: «Guai al mondo! ». Guardate queste persone che credono essere di Dio e che sono del mondo: non si fanno scrupolo di prendere al loro vicino, ora della legna, or qualche frutto e mille altre cose. Finché sono adulate nelle loro azioni che fanno per quel che riguarda la religione, lo fanno anzi con molto piacere, mostrano molta premura, sono brave per dare consigli agli altri. Ma sono esse disprezzate o calunniate? Le vedete allora scoraggiarsi, tormentarsi perché sono trattate in quel modo. Ieri, volevano soltanto del bene a coloro che hanno fatto loro del male, oggi non possono più sopportarli, spesso neppure vederli, né parlar loro
CURATO D’ARS

venerdì 23 maggio 2014

CON LETIZIA


Signore Gesù, nessuna potenza della terra
riesce ad intimidirci sapendo di averti con noi, nell’Eucaristia.
Nessuna nostra infedeltà può deprimerci fino alla disperazione,
se possediamo te, fonte inesauribile
del perdono e della riconciliazione.
Nessuna nostra fiacchezza ci avvilisce,
se ricordiamo che vivi tra noi Tu,
che assumi le cose deboli per confondere
le cose che sembrano forti.
Nessuna esperienza di apparente fecondità
del nostro messaggio e della nostra azione,
nessuna creduta impenetrabilità
della società in cui viviamo,
può farci cadere le braccia,
se rimaniamo consapevoli che tu,
Risorto presente nella Chiesa,
continui ad effondere il tuo Spirito.
Fa che la Chiesa, famiglia radunata,
sostenuta dall’Eucaristia,
si faccia anche presenza percepibile,
inquietante, rinnovatrice in ogni angolo dell’universo
e in ogni forma di aggregazione.
Signore, concedi alla Chiesa
di non smarrire la letizia e la speranza,
avendo per sempre nelle sue viscere te,
Salvatore potente.
Grazie perché hai posto la tua tenda tra noi e,
in forza dell’Eucaristia,
ti sei collocato e resti al cuore della vita ecclesiale.

(Giacomo Biffi)

mercoledì 21 maggio 2014

Dalla «Lettera a Diogneto» (Capp. 5-6; Funk, pp. 397-401)



I cristiani nel mondo

    I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.
    Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo.
    Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi.
    Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.
    Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l'onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.
    In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
    La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male.
    Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste.
    L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.

Il canto della vigna - Isaia - Capitolo 5


 

Canterò per il mio diletto
il mio cantico d'amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva,
ma essa fece uva selvatica.
Or dunque, abitanti di Gerusalemme
e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha fatto uva selvatica?
Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe
e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta
e verrà calpestata.
La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa di Israele;
gli abitanti di Giuda
la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.

L’uomo che non confida nel Signore perde tutto.

Maledetto l'uomo che confida nell'uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e il cui cuore si allontana dal Signore (Ger. 17,5)

martedì 20 maggio 2014

Beata Giuseppa Endrina Stenmanns Vergine - 20 maggio - Issum, Germania, 28 maggio 1852 – Steyl, Paesi Bassi, 20 maggio 1903



Cofondatrice della Congregazione delle Serve dello Spirito Santo. Venerabile dal 14 maggio 1991, Papa Benedetto XVI ha riconosciuto un miracolo per la sua beatificazione il 1° giugno 2007.
Sarebbe giusto chiamarla “donna della santa pazienza” e la potrebbero utilmente invocare quanti tra noi sono impazienti, “non stanno nella pelle” e vorrebbero bruciare le tappe anche verso gli obiettivi più nobili e giusti. Lei, Hendrina Stenmanns, invece, comincia ad aver pazienza fin da bambina; e non solo per sopportare le immancabili contrarietà che la vita riserva a tutti, ma addirittura per realizzare il sogno della sua vita. Perché Hendrina, forse grazie ad una zia suora, sente fin da piccola il desiderio di farsi suora. E non una suora qualsiasi, ma “suora francescana”, a dimostrazione che da sempre ha le idee chiare ed è anche ben determinata nei suoi propositi. Mentre comincia a pazientemente aspettare l’età giusta per entrare in convento, tanto per non perdere tempo fa un “noviziato di carità” nella case dei poveri di Issum, il piccolo paese tedesco del Basso Reno in cui è nata nel 1852. A guidarla in questo pellegrinaggio di casa in casa sono i suoi genitori, soprattutto mamma, che oltre ad allevare sette figli trova il tempo per prendersi cura degli altri. Finita la scuola, impara a lavorare come tessitrice di seta e contribuisce così a mandare avanti la famiglia.

LA VITE E I TRALCI - Louis Bouyer



Da circa vent'anni, Louis Bouyer, un tempo pastore luterano, ora prete dell'Oratorio, svolge un'assidua attività di teologo e di storico a servizio della Chiesa di Cristo. Si è impegnato in tutti i settori della ricerca cristiana, pubblicando un gran numero di opere di alto livello, molte delle quali hanno stimolato l'aggiornamento liturgico e l'attività ecumenica, già prima del Concilio. Eccelle nel far risaltare la novità radicale del Vangelo, del mistero e del culto cristiano e, contemporaneamente, il loro stretto collegamento con la Rivelazione vetero testamentaria. Egli si applica con particolare cura, nell'insegnamento e negli scritti, a discernere, tra le tendenze attuali, quelle che corrispondono all'essenza di un cristianesimo molto esigente, del quale sottolinea volentieri il carattere trascendente ed escatologico.

Il simbolo della vigna era familiare ai giudei. Il Vecchio Testamento se ne serviva spesso per indicare iI popolo di Dio e descrivere le cure di cui era oggetto da parte del Signore. Nei sinottici Gesù l'utilizza con lo stesso senso. Ma nel Vangelo di Giovanni, identificandosi con la vera vite, egli dichiara che il vero Israele è in lui e che ne fanno parte solo quelli che sono uniti a lui... I profeti allora parlavano di una vigna, invece adesso si tratta di un unico ceppo di vite: l'immagine si è ridimensionata, quasi condensandosi, per poter trasmettere la rivelazione dell'unità nell'amore.
Gesù non vuole solo dichiararsi unito ai suoi, ma formante una cosa sola con essi: non è solamente la fonte della loro vita, ma è unito a loro ed essi a lui. In questo modo vivono talmente integrati col suo essere al punto da costituire con lui un unico organismo vivente. Si può dire che qui Gesù non si considera più come un individuo, ma come un «vivente» collettivo, e tuttavia perfettamente uno, che abbraccia tutta l'umanità rigenerata in lui. E' un concetto analogo alla dottrina di Paolo sulla Chiesa, corpo mistico di Cristo: capo o membra non sono elementi separati, e così avviene di Gesù e dei suoi. Ma l'immagine della vite spinge ancora oltre l'assimilazione: nelle parole Io sono la vera vite, non si tratta più di due elementi complementari, ma di una sola persona divina. La sua incarnazione, partendo dal tronco che è l'uomo Gesù, si prolunga fino ai rami, in modo che l'unità vivente del tutto formi, secondo la splendida parola di sant'Agostino, «il Cristo totale», capo e membra.
Solo attraverso Gesù la vite può affondare le sue radici proprio nel cuore della vita divina, ma è veramente la vita di Dio, quella che circola fino alle estremità dei tralci più lontani. E' in Gesù come nella sua sorgente, ma questa sorgente scaturisce solo perché ad essa si venga ad attingere. C'è a questo punto una doppia affermazione circa i tralci. Avulsi dal Cristo, nel quale invece debbono inserirsi organicamente, essi non possono portare frutto. In forma diversa, ma nella stessa luce eucaristica, è l'affermazione stessa che Gesù aveva enunciata dicendo: Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita (Gv. 6,53).
Ma d'altra parte, se sono nel Cristo, i tralci devono portar frutto, altrimenti saranno divelti dal tronco. Innestato sul Cristo, il fedele, che utilizza la grazia conferitagli da questa unità vitale, viene purificato, «potato» da Dio per poter portare frutti sempre più abbondanti. Chi invece si chiude all'azione vivificante della linfa dev'essere tagliato via ed eliminato. I tralci di Cristo devono portare frutto altrimenti saranno condannati al fuoco: ma il frutto che essi portano è ottenuto unicamente dalla loro appartenenza a Cristo ed è frutto suo.
Ma in che consiste questo frutto? Frutto dell'unità organica del Cristo e dei suoi è la loro unione nell'amore. Incarnandosi, Cristo ebbe in vista quest'unico fine: stabilire i suoi nell'amore, Come egli stesso è nell'amore del Padre. E come lui, in virtù dell'obbedienza, vive nell'amore del Padre, così anche i suoi obbedendo, vivranno nel suo amore.

Le quatrième évangile, «Bible et Vie chrétienne»


lunedì 19 maggio 2014

SALMO 5, 2-10. 12-13 Preghiera del mattino per avere l'aiuto del Signore



Quelli che hanno accolto il Verbo e diventano sua dimora esulteranno per sempre.

Porgi l'orecchio, Signore, alle mie parole: *
intendi il mio lamento.
Ascolta la voce del mio grido, †
o mio re e mio Dio, *
perché ti prego, Signore.
Al mattino ascolta la mia voce; *
fin dal mattino t'invoco e sto in attesa.
Tu non sei un Dio che si compiace del male; †
presso di te il malvagio non trova dimora; *
gli stolti non sostengono il tuo sguardo.
Tu detesti chi fa il male, †
fai perire i bugiardi. *
Il Signore detesta sanguinari e ingannatori.
Ma io per la tua grande misericordia †
entrerò nella tua casa; *
mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio.
Signore, guidami con giustizia
di fronte ai miei nemici; *
spianami davanti il tuo cammino.
Non c'è sincerità sulla loro bocca, *
è pieno di perfidia il loro cuore;
la loro gola è un sepolcro aperto, *
la loro lingua è tutta adulazione.
Gioiscano quanti in te si rifugiano, *
esultino senza fine.
Tu li proteggi e in te si allieteranno *
quanti amano il tuo nome.
Signore, tu benedici il giusto: *
come scudo lo copre la tua benevolenza.


Beata Umiliana de’ Cerchi - 19 maggio



In pace, sobria e pudica, le parole di Cacciaguida nel XV canto del Paradiso Dantesco delineano l'ideale di donna nella Firenze del XIII secolo, dove, sul finire del 1219, nacque Umiliana de' Cerchi. Il padre Ulivieri (Vieri), originario di Acone in Val di Sieve, era molto ricco. Non abbiamo notizie sulla madre, probabilmente morì giovane e Vieri passò a seconde nozze: in tutto ebbe diciassette figli. I Cerchi, guelfi di parte bianca, erano una famiglia in vista: un fratello di Umiliana ricoprì importanti cariche pubbliche. Erano tempi di lotte infinite, anche all'interno delle mura cittadine. Il vicino di casa poteva essere un nemico e dunque ogni abitazione benestante aveva la sua torre. I guelfi erano fedeli al papa mentre i ghibellini patteggiavano per l'imperatore tedesco. In realtà più che per la politica si lottava per motivi economici: ricchi mercanti e nobili si contendevano il potere. A Firenze le lotte iniziarono con l'uccisione di Buondelmonte, il giorno di Pasqua del 1215. Proprio in quel periodo turbolento lo spirito evangelico fece nascere nuove piante all'interno della Chiesa, si pensi ai Francescani e ai Domenicani. San Francesco morì quando Umiliana aveva sette anni. La notizia suscitò scalpore anche a Firenze, che molte volte aveva visitato, e certamente arrivò agli orecchi di Umiliana.

venerdì 16 maggio 2014

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 14,1-6 - Io sono la via, la verità e la vita.


 Gv 14,1-6

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

Parola del Signore
Riflessione

Gesù, nel Vangelo di oggi,  con tanta tenerezza ci incoraggia: “Non sia turbato il vostro cuore”. Queste dolci parole sono giuste per noi oggi. Molte volte infatti siamo confusi, tormentati, non sappiamo dove andare, e difficoltà di ogni genere ci schiacciano così tanto che, in certi momenti, Gesù sembra assente. Ma ecco che Lui risponde al nostro turbamento con parole confortantiAbbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”.
Sapere insomma che noi abbiamo un posto riservato nella casa del Padre che Gesù stesso ha preparato, ci conforta non poco. Meno male... dico io... almeno lassù abbiamo un posto riservato!!! In questa società, infatti, non solo non abbiamo un posto riservato, ma se non stai attento ti ritrovi seduto per terra perché qualcuno, di nascosto, ti ha sfilato la sedia da sotto!!!
Quindi, se perseveriamo nel seguire Gesù che ci conduce al Padre, nonostante le tempeste che si abbattono sopra la nostra testa, Lui ci assicura che avremo un bellissimo alloggio. Dio infatti ha mandato Suo figlio per mostrarci la via. Una via molto spesso piena di buche, ma che possiamo evitare se puntiamo il nostro sguardo dritto sul Signore. Dobbiamo cercare di seguire le Sue orme mettendo i nostri piedini sulle tracce che Lui lascia apposta davanti a noi. Solo così riusciremo ad evitare le buche. E quando vediamo sulla sabbia soltanto un'orma, come dice una poesia brasiliana, non dobbiamo temere che Gesù ci abbia abbandonato, ma dobbiamo credere che in quel momento ci ha presi in braccio.
Se abbiamo fiducia anche nei momenti di disagio, Gesù ci premia infondendoci tanta pace e gioia nel cuore. Questa gioia poi fa brillare i nostri occhi e comunica a tutti l'amore di Dio. Io lo chiamo il “tocco magico”... A un vero cristiano infatti, gli brillano gli occhi. E come dice Matteo (6,22) “La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce”. Chi ama il Signore brilla... e la sua luce mostra alle persone che lo circondano la via di Gesù... senza bisogno di megafono. Basta allora facce affrante... il mondo è già duro da se!!! Chiediamo al buon Dio di continuare a farci avere sempre più sete di Lui. Una sete che padre Marie Dominique Molinié nel libro “Chi comprenderà il cuore di Dio?” chiamava malattia, e diceva: “Questa malattia non la conosciamo, ahimè, che a uno stadio benigno. La grazia che dobbiamo domandare è che si aggravi”.
Una sete quindi che ci obblighi a seguirlo, perché solo Lui è la sorgente della vita eterna.
Facciamo allora nostre le parole di Santa Teresa d'Avila: "Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, solo Dio non cambia. La pazienza ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla: solo Dio basta! Il tuo desiderio sia vedere Dio, il tuo timore, perderlo, il tuo dolore, non possederlo, la tua gioia sia ciò che può portarti verso di lui e vivrai in una grande pace".
Pace e bene.

Beato Vladimir Ghika Sacerdote e martire - 16 maggio





Il nucleo originale della Romania moderna si costituì a metà del secolo XIX, con la fusione del principato della Moldavia con quello della Valacchia.
Erano terre cristiane, ma assoggettate all’impero turco, in una specie di vassallaggio.
L’ultimo principe regnante della Moldavia, prima della fusione, era stato Gregorio Ghika X, nonno del nostro Vladimir.
Il bambino nacque, però, a Costantinopoli dove il papà, generale Giovanni Ghika, risiedeva, in qualità di ministro plenipotenziario del nuovo principato di Romania presso la “Sublime Porta”.
Era il giorno di Natale del 1873, e Vladimir fu subito battezzato e cresimato nella Chiesa ortodossa.
Tiravano venti di guerra tra l’impero russo e quello ottomano. Rientrato in patria, Giovanni Ghika assunse il comando dell’esercito rumeno e prese parte al conflitto schierandosi con lo Zar e riuscendo finalmente a strappare la sospirata indipendenza dai turchi. Sul trono di Romania fu chiamato Carol I di Hoenzollern.
Giovanni Ghika fu nominato ambasciatore a Parigi. Fece subito trasferire in Francia la famiglia, ma, prima di poterla raggiungere, morì a Mosca per una congestione polmonare contratta mentre assisteva ai funerali dello Zar Nicola II.
La moglie, Alexandrine Moret di Blaremberg, di antica nobiltà francese, decise allora di fermarsi a Tolosa, dove aveva degli amici, per garantire nel modo migliore l’educazione dei bambini. Vladimir aveva allora 8 anni.
In Francia egli compì l’intero percorso scolastico, fino a laurearsi in Diritto all’Università di Tolosa. Poi passò a Parigi per studiare Scienze Politiche, ma frequentando contemporaneamente corsi di Medicina, di Botanica, di Arte, di Filosofia e di Storia. Aveva una intelligenza prontissima e raffinata, incline a individuare immediatamente il centro delle questioni ed a penetrarlo in maniera appassionata.

L'ARTE DI DIRE «NO» «Che il vostro sì sia sì e che il vostro no sia no» di Franck Olivier


Sono davvero numerosi coloro che soffrono di incapacità a dire «no». Di fronte a qualunque richiesta queste persone acconsentono, mentre avrebbero delle buone ragioni per rispondere negativamente. Ma si può guarire...
Quando rispondiamo «sì» mentre pensiamo «no», viviamo una stortura interiore che, alla lunga, ci condanna a comportamenti frustranti o di scarsa autostima. Non teniamo conto dei nostri bisogni personali: i desideri o le attese degli altri ci sembrano più importanti dei nostri.
Imparare a dire «no»
Questo comportamento conduce ad un vicolo cieco, a meno che non si tratti di una scelta matura e compiuta liberamente, per esempio di abnegazione per amore dell'altro, di evangelico rinnegamento di sé, di un atto d'amore gratuito..., ma ciò non ha niente a che vedere con una fondamentale incapacità di dire no. Nel rinnegamento di sé evangelico si tratta di dire sì anche avendo la possibilità di dire no senza per questo sentirsi colpevole, cattivo o peccatore.
Chi sceglie di dire sì per amore o abnegazione gusta il frutto dello Spirito, che è la gioia, la gioia del dono e non la sua contraffazione che e la frustrazione: «che il vostro parlare sia sì, sì, no, no: il di più viene dal maligno» (Mt 5, 37).
Imparare a dire no è anche una scuola di umiltà, di verità e di carità. Significa imparare a prendersi cura di sé, ad ascoltarsi, ad amare se stessi, per entrare in relazioni autentiche con gli altri.
Se non diciamo quello che pensiamo veramente e che sentiamo in noi, le nostre relazioni rischiano di venire prima o poi profondamente scosse. Lasciamo all'altro il compito altamente problematico di intuire quello che stiamo vivendo dentro di noi e siamo infelici quando, inevitabilmente, ciò non accade.