
Abbiamo visto fin qui che Gesù Cristo ha intrattenuto a lungo i suoi discepoli sui pericoli, sulla morte e sulla sua stessa passione, e ha predetto l’uccisione violenta che essi subiranno, dopo aver dato loro i severi comandi di rinunziare a se stessi e di prendere la loro croce. Dato, però, che questi dolori si riferiscono alla vita terrena e sono attuali, mentre i beni che essi otterranno sono ancora soltanto nella speranza e nell’attesa, come, ad esempio, il salvar la propria vita perdendola, la venuta di Cristo nella gloria del Padre, la distribuzione delle ricompense, il Maestro ora intende soddisfare anche la loro vista, rendendoli testimoni diretti, per quanto è possibile in questa vita terrena, della gloria nella quale egli verrà il giorno del giudizio. E in questo modo consola il turbamento e il dolore che essi, e in particolare Pietro, provano al pensiero della loro morte e di quella del Signore. Osservate che fa ora Gesù, dopo aver parlato dell’inferno e del regno dei cieli. Dicendo, infatti, che « chi vorrà salvare la sua vita la perderà; chi invece perderà la vita sua per amor mio, la ritroverà », e assicurando che « renderà a ciascuno secondo il suo operato », ha alluso evidentemente al cielo e all’inferno. Ebbene, pur avendo parlato sia dell’uno che dell’altro, fa vedere ai discepoli il regno dei cieli, mentre lascia l’inferno nelle sue tenebre. Perché mai? Se egli avesse ancora a che fare con anime rozze e imperfette, certamente darebbe loro anche un’immagine dell’inferno per impressionarli: siccome però gli apostoli hanno ormai la mente e la volontà ben disposte, li esorta e li attira con l’immagine della bellezza e della felicità del cielo. Ma oltre a questo motivo ve n’è un altro: è più conveniente e consono al Signore dare ai discepoli un’immagine del cielo, non dell’inferno. Tuttavia, egli non tralascia di rappresentarlo; in molte occasioni, infatti, pone sotto gli occhi un quadro dell’inferno: ad esempio quando parla dell’episodio del mendico Lazzaro e del ricco malvagio , oppure quando ricorda quel servo che con tanta esosità pretende dal suo compagno i cento denari , o menziona quell’uomo che si presenta al banchetto di nozze con l’abito sudicio , e in molti altri casi.
Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse su un alto monte in disparte . Un altro evangelista parla di « otto giorni dopo ». Non c’è contraddizione tra queste due notazioni di tempo, e i due evangelisti sono perfettamente d’accordo tra di loro. Uno di essi, evidentemente, computa anche il giorno in cui Cristo parlò ai discepoli e quello in cui condusse gli apostoli alla montagna, mentre l’altro annota soltanto l’intervallo tra il giorno dell’ultimo discorso e quello della trasfigurazione. Considerate qui con quanta sapienza l’evangelista Matteo non trascura di citare apertamente i nomi degli apostoli che furono a lui preferiti in questa circostanza. Si comporta così, in molte occasioni, anche l’evangelista Giovanni, quando ad esempio riferisce con tutta verità le lodi che Gesù rivolge a Pietro. Sta di fatto che in quel coro di giusti erano del tutto sconosciute l’invidia e la vanagloria. Gesù dunque, dopo aver preso con sé i tre primi apostoli, « li condusse su un alto monte, in disparte ».