domenica 29 novembre 2015

Beata Maria Maddalena dell'Incarnazione (Caterina Sordini) - Porto Santo Stefano, Grosseto, 17 aprile 1770 - Roma, 29 novembre 1824



LA PREPARAZIONE REMOTA DEL DONO INFANZIA E ADOLESCENZA DI CATERINA: I LUOGHI, LA FAMIGLIA, GLI EVENTI
Circostanze particolari hanno forgiato in Caterina Sordini quelle doti umane e spirituali che la resero poi idonea al compito che l’attendeva. Caterina nacque a Porto Santo Stefano, nei Presidi di Toscana, il 16 aprile 1770, lunedì dell’Angelo, quartogenita dei coniugi Lorenzo e Teresa. Il territorio dei Presidi ebbe una storia particolare perché se dal punto di vista geografico apparteneva alla Toscana, dal punto di vista politico era annesso al Regno di Napoli. Ancor oggi i santostefanesi ricordano con fierezza le loro origini partenopee. Porto Santo Stefano si popolò di fatto grazie al continuo afflusso di famiglie provenienti da Napoli e dall’Isola d’Elba. I genitori di Caterina ne sono un esempio. Il padre Lorenzo era nativo di Porto Longone, l’odierna Porto Azzurro, nell’Isola d’Elba, mentre la madre, Teresa Movizzo, era oriunda di Napoli. Caterina avrà in sé il temperamento appassionato e intraprendente dei napoletani e lo spirito contemplativo, innamorato del silenzio e della bellezza, tipico degli isolani. Il padre fu uomo di grande pietà verso Dio e verso gli uomini, alla sua morte sarà rimpianto come il Padre dei poveri, fu lui a seminare nel cuore dei figli il gusto per la preghiera adorante. 

L'AGITAZIONE - S. Francesco di Sales: La Filotea: Parte IV - Dal Cap. XI



L'agitazione non è una semplice tentazione, ma una fonte dalla quale e a causa della quale ci vengono molte tentazioni: per questo te ne parlo un po'.
La tristezza è la sofferenza di spirito che noi proviamo per il male che si trova in noi contro la nostra volontà, sia che si tratti di un male esteriore, come povertà, malattia, disprezzo, oppure anche interiore, come ignoranza, aridità, ripugnanza, tentazione.
Quando l'anima avverte in sé un male, prova contrarietà: questa è la tristezza; subito desidera liberarsene e cerca il mezzo per disfarsene; fin qui ha ragione, perché ciascuno, per natura, tende al bene e fugge ciò che reputa male.
Se l'anima cerca i mezzi per liberarsi dal suo male per amore di Dio, li cercherà con pazienza, dolcezza, umiltà e serenità, aspettando la propria liberazione più dalla bontà e dalla Provvidenza di Dio che dai propri sforzi, dalle proprie capacità e dalla propria diligenza. Se invece cerca la propria liberazione per amor proprio, si agiterà e si altererà nella ricerca dei mezzi, come se dipendesse più da lei che da Dio: non dico che lo pensi, ma si comporta come se lo pensasse.

mercoledì 25 novembre 2015

Dal libro del profeta Daniele - Dn 6, 12-28 - Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni.



 Dn 6, 12-28

In quei giorni, alcuni uomini accorsero e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio. Subito si recarono dal re e gli dissero riguardo al suo decreto: «Non hai approvato un decreto che chiunque, per la durata di trenta giorni, rivolga supplica a qualsiasi dio o uomo all’infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni?». Il re rispose: «Sì. Il decreto è irrevocabile come lo sono le leggi dei Medi e dei Persiani». «Ebbene – replicarono al re –, Daniele, quel deportato dalla Giudea, non ha alcun rispetto né di te, o re, né del tuo decreto: tre volte al giorno fa le sue preghiere».
Il re, all’udire queste parole, ne fu molto addolorato e si mise in animo di salvare Daniele e fino al tramonto del sole fece ogni sforzo per liberarlo. Ma quegli uomini si riunirono di nuovo presso il re e gli dissero: «Sappi, o re, che i Medi e i Persiani hanno per legge che qualunque decreto emanato dal re non può essere mutato».
Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: «Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!». Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele. Quindi il re ritornò al suo palazzo, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta nessuna concubina e anche il sonno lo abbandonò.
La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, il re chiamò Daniele con voce mesta: «Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?». Daniele rispose: «O re, vivi in eterno! Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male».
Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio. Quindi, per ordine del re, fatti venire quegli uomini che avevano accusato Daniele, furono gettati nella fossa dei leoni insieme con i figli e le mogli. Non erano ancora giunti al fondo della fossa, che i leoni si avventarono contro di loro e ne stritolarono tutte le ossa.
Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, nazioni e lingue, che abitano tutta la terra: «Abbondi la vostra pace. Per mio comando viene promulgato questo decreto: In tutto l’impero a me soggetto si tremi e si tema davanti al Dio di Daniele,
perché egli è il Dio vivente, che rimane in eterno;
il suo regno non sarà mai distrutto e il suo potere non avrà mai fine.
Egli salva e libera, fa prodigi e miracoli in cielo e in terra:
egli ha liberato Daniele dalle fauci dei leoni».

Parola di Dio

Riflessione

Ci troviamo in un momento di grande prova? Sentiamo che veniamo accusati ingiustamente? L'ostilità di tanti ci perseguita? Le porte chiuse si moltiplicano a vista d'occhio?...
Ecco la lettura giusta per noi!!! Una lettura che ci suggerisce il comportamento migliore da adottare in questi momenti duri e difficili.

Beato Giacomo Alberione - San Lorenzo di Fossano, Cuneo, 4 aprile 1884 - Roma, 26 novembre 1971 – Tema: Mezzi di comunicazione



La stampa, il cinematografo, la radio, la televisione costituiscono oggi le più urgenti, le più rapide e le più efficaci opere dell'apostolato cattolico. Può essere che i tempi ci riservino altri mezzi migliori. Ma nel presente pare che il cuore dell'apostolo non possa desiderare di meglio per donare Dio alle anime e le anime a Dio”. L'autore di queste righe, che risalgono all'aprile 1960, don Giacomo Alberione, si è molto impegnato in questo apostolato; è stato beatificato il 27 aprile 2003.
L'influenza di un'idea stampata
Giacomo Alberione nasce il 4 aprile 1884 a San  Lorenzo di Fossano (Piemonte, Italie) e riceve il battesimo il giorno dopo. Ha tre fratelli più grandi; una sorellina, che morirà nel suo primo anno, e un fratellino nasceranno dopo di lui. A casa degli Alberione, famiglia povera di contadini, la fede, il lavoro e la fiducia nella Provvidenza sono fondamentali. Fin dal suo primo anno di scuola elementare, interrogato riguardo al suo avvenire, Giacomo risponde con determinazione: «Mi farò prete!» Questo progetto illumina i suoi anni di gioventù. Don Montersino, parroco della parrocchia San Martino di Cherasco, nella diocesi di Alba dove si sono stabiliti gli Alberione, aiuta il giovane ad approfondire la chiamata del Signore e a rispondervi. Accolto al seminario minore di Bra per l'anno scolastico 1899-1900, Giacomo divora parecchi libri; uno di essi lo turba al punto che i suoi superiori credono di doverlo espellere. Questa dolorosa peripezia contribuisce a segnare la via nella quale compirà in seguito i suoi sforzi apostolici; in effetti, ormai, sa per esperienza quale influenza, nel bene o nel male, possa esercitare sugli spiriti un'idea stampata.

martedì 24 novembre 2015

AMORE E SANTA AMBIZIONE - Chi ama Gesù Cristo non cerca la propria stima




Caritas non est ambitiosa – La carità non è ambiziosa ( 1 Cor 13 , 5)
Chi ama Gesù Cristo non ambisce altro
che Gesù Cristo.
Dio si oppone agli orgogliosi
Chi ama Dio non va cercando di essere stimato ed amato dagli uomini: l'unico suo desiderio è di esser ben voluto da Dio ch'è l'unico oggetto del suo amore. — Scrive S. Ilario che ogni onore che si riceve dal mondo è negozio del demonio: Omnis saeculi honor diaboli negotium est (S. Hilar., in Matth. 6). E così è, perchè il nemico negozia per l'inferno quando ingerisce nell'anima desideri di essere stimata; poichè, perdendo ella l'umiltà, si mette in pericolo di precipitare in ogni male. Scrive S. Giacomo che siccome Iddio nelle grazie allarga la mano cogli umili, così la stringe e resiste a' superbi: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (Iac. IV, 6). Dice superbis resistit, viene a dire che neppure ascolta le loro preghiere. E tra gli atti di superbia certamente uno è questo, l'ambire di essere stimato dagli uomini e l'invanirsi degli onori da essi ricevuti.

sabato 21 novembre 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 18, 33-37 - Tu lo dici: io sono re.



 Gv 18, 33-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Parola del Signore


Riflessione

Caro Pilato, mi sa che hai sottovalutato la persona che ti stava davanti!!! E' anche vero che non ti poteva far paura un uomo malconcio, povero, senza la corona in testa, senza un esercito al suo fianco... e con i pochi discepoli che se l'erano date a gambe levate. Tu eri tranquillo e beato... quell'uomo era un nulla e lo potevi disintegrare come e quando volevi.
A volte anche noi ci comportiamo come tanti “Pilato”... ci crediamo migliori solo perché occupiamo un ruolo di prestigio o perché abbiamo amici influenti; allora guardiamo dall'alto in basso chiunque ci capiti a tiro, se poi qualcuno è vestito in modo un pochetto semplice o sobrio, per noi non vale un soldo... quella persona potrebbe anche essere uno scienziato, ma noi che giudichiamo dalle apparenze non ce ne accorgiamo!!!... Sul momento non ci fa paura e quasi ci prendiamo gioco di lui e lo consideriamo un sempliciotto... Non conosciamo la persona, non ci siamo mai interssati a lui, come vive, cosa fa, la sua fede, i suoi problemi... ma chissà perché, ci crediamo migliori.

giovedì 19 novembre 2015

AMORE E UMILTA' – Chi ama Gesù Cristo ama l'umiltà



Caritas non inflatur....La carità non si gonfia ( 1 Cor 13 , 4)
Chi ama Gesù Cristo
non s'invanisce de' propri pregi,
ma si umilia e gode di vedersi umiliato
anche dagli altri.

Il superbo è come un pallone di vento che comparisce grande a se stesso, ma in sostanza tutta la sua grandezza si riduce ad un poco di vento che, aprendosi il pallone, tutto in un subito svanisce. Chi ama Dio è vero umile nè si gonfia per vedere in sè qualche pregio; perchè vede che quanto ha, tutto è dono di Dio, e del suo non ha altro che il niente ed il peccato; onde nel conoscere i favori fattigli da Dio più si umilia, vedendosi così indegno e così da Dio favorito.
Dice S. Teresa, parlando delle grazie speciali che Dio le facea: «Iddio fa con me come si fa con una casa che, stando per cadere, si aiuta con puntelli». Quando un'anima riceve qualche amorosa visita di Dio, provando in sè un ardore straordinario di amor divino accompagnato da lagrime o da una gran tenerezza di cuore, si guardi dal pensare che il Signore la favorisca allora per qualche sua buona opera; ma allora dee più umiliarsi, pensando che Dio l'accarezza acciocchè ella non l'abbandoni; altrimenti se per tali doni ne concepisce qualche vanità, stimandosi più favorita perchè si porta con Dio più bene degli altri, un tal difetto farà che Dio la privi de' suoi favori. Per conservar la casa due sono le cose più necessarie, il fondamento ed il tetto: il fondamento in noi ha da essere l'umiltà, nel riconoscere che a niente vagliamo e niente possiamo: il tetto poi è la divina protezione in cui solamente dobbiam confidare.

Riservare per sé, è privare gli altri di Isabelle Rivière




Tutta la miseria umana è intessuta d'avarizia: la miseria dei corpi con il rifiuto di cedere il proprio; la miseria delle anime, con il rifiuto di dare il proprio tempo e il proprio cuore. Tutte le sofferenze acute o nascoste, tutte le amarezze, le umiliazioni, gli affanni, gli odi, le angosce di questo mondo, sono una fame inappagata. Fame di pane, fame di aiuto, fame d'amore. Dal bambino che singhiozza perché la mamma innervosita lo ha schiaffeggiato senza motivo, al nonno troppo anziano che i nipoti ormai dimenticano di abbracciare; dalla giovinetta sgraziata che resta dimenticata nel suo angolo, alla sposa che il marito ormai non guarda più, alla moglie abbandonata che si getta nel fiume; dall'amico il cui amico ha mancato volutamente all'appuntamento, al giovane ventenne che muore, solo, di notte nel suo letto d'ospedale, mentre l'infermiera prende il caffé in cucina; dal bambino della Assistenza Pubblica sino all'uomo che sta per essere ghigliottinato, tutti hanno sofferto per la mancanza, per l'insufficienza d'amore.

mercoledì 18 novembre 2015

Una storia vera, commovente, una storia che muove la coscienza - Testimonianza di Tim Guénard





Abbandonato a tre anni, sulla strada, dalla madre, inchiodato per due anni a un letto di ospedale a causa delle botte ricevute dal padre: l'infanzia di Tim è un inferno di rabbia e di odio, in un alternarsi di riformatori, famiglie affidatarie e istituti. A 12 anni comincia a vivere sulla strada e lì è una lotta quotidiana contro la fame, il freddo, i cattivi incontri. Poi il pugilato, dove riesce a emergere e ad acquistare un po' di rispettabilità. Ma dentro di lui brucia l'odio e cresce il desiderio di vendetta contro il padre. Saranno l'incontro con un sacerdote e l'amore di una donna a cambiare radicalmente la sua vita. Un libro che contiene un grande messaggio di speranza e un forte richiamo alla forza dell'amore e del perdono.

lunedì 16 novembre 2015

Santa Elisabetta d’Ungheria - Presburgo, Bratislava, 1207 - Marburgo, Germania, 17 novembre 1231



Nella vallata del medio Danubio, dove sorge il castello reale di Presburgo, nel 1207 nasce Elisabetta d’Ungheria, la secondogenita del re Andrea II e della regina Gertrude.
È una bambina bruna, che si rivela presto intelligente e buona, guidata dalla madre, che cerca di inculcare nella figlia i primi sentimenti religiosi e le prime norme del ruolo di una principessa. Durante la sua prima infanzia, il langravio di Turingia Ermanno chiede al re Andrea, la mano della sua seconda bambina per il figlio primogenito Ludovico, suo erede. Più alto è il rango, a cui si appartiene e più presto i parenti si affrettano a combinare il matrimonio dell’erede. La promessa sposa viene educata, per una consuetudine nobiliare, nella stessa famiglia del futuro marito, così che la cultura, la lingua e la religione del fidanzato le senta come sue. Il contratto del futuro matrimonio fra Ludovico ed Elisabetta d’Ungheria è combinato senza difficoltà. A soli quattro anni la piccola Elisabetta lascia i suoi cari e, scortata da un convoglio, si dirige alla volta del castello della Warburg, dove l’attendono il langravio Ermanno e la moglie Sofia, che si prenderà cura della sua educazione. Nella sua nuova dimora Elisabetta cresce, seguendo gli insegnamenti di Sofia, che coltiva la religione e recita ogni giorno lunghe orazioni, dalle quali non esonera mai neppure i figli e la servitù. Elisabetta è dolce, volitiva, riflessiva e generosa; sente una straordinaria sicurezza accanto a Ludovico; lui la capisce fino in fondo e le vuole bene. Elisabetta è attenta alla voce interiore del divino Maestro e la sequela di Cristo diventa il suo cammino quotidiano; non si lascia distrarre dalle vanità femminili e dai divertimenti.

sabato 14 novembre 2015

Un omaggio al mio Gesù... un omaggio a chi sa tutto...




E' bello sapere che in questa vita c'è una persona che ti ama veramente, che non ti toglie gli occhi di dosso, che conosce tutto di te, che osserva ogni cosa che fai non per criticarti, ma per aiutarti, questa persona è Gesù. Lui sa meglio di me cosa mi conviene in ogni momento. E' bello sapere che Lui è al tuo fianco, sempre disponibile per ogni consulto, è la grazia delle grazie. Se segui i Suoi consigli eviterai di prendere delle grosse, ma grosse cantonate...
Qualcuno dice che a Gesù bisogna chiedere solo i beni spirituali e non quelli materiali, perché già li conosce e al momento opportuno li darà in aggiunta. Io invece al mio Signore domando tutto, beni spirituali e materiali, ogni cosa insomma, proprio come i bambini... anche semplicemente di farmi trovare un parcheggio in una zona impossibile, di non farmi trovare traffico in una determinata strada trafficatissima, di farmi trovare il numero delle scarpe che a me piacciono tanto e che ogni volta è una tragedia a causa dei miei piedini... gli chiedo cosa è meglio comprare, cosa mettere nel carrello della spesa, gli domando insomma ogni cosa che riguarda la mia vita quotidiana. Io la chiamo “La mia giornata con Cristo”...

giovedì 12 novembre 2015

Beata Maria Teresa di Gesù (Maria Scrilli) Fondatrice - 13 novembre - Montevarchi, Arezzo, 15 maggio 1825 – Firenze, 14 novembre 1889




Maria Teresa di Gesù (al secolo Maria Scrilli), sin giovinezza aderì alla spiritualità carmelitana, che incarnò nell'attività apostolica. Si consacrò all'educazione della gioventù femminile e alla carità verso i bisognosi. Con alcune compagne fondò a Montevarchi (Arezzo) un nuovo istituto religioso, oggi chiamato Congregazione delle Suore di Nostra Signora del Carmelo. Le vicende di quest’opera furono molto travagliate, soprattutto a causa delle vicende politiche dell’unità d'Italia. Il buon seme gettato dalla fondatrice si sviluppò dopo la sua morte. Fu dichiarata “venerabile” il 20 dicembre 2003 ed il miracolo per la sua beatificazione è stato riconosciuto il 19 dicembre 2005. E' stata dichiarata "beata" l'8 ottobre 2006.
 
  
Ti amo, o mio Dio, nei doni Tuoi,
ti amo nella mia nullità,
ché anche in questo comprendo la
tua infinita sapienza:
ti amo nelle vicende molteplici,
svariate o straordinarie con le quali
Tu accompagnasti la vita mia ...
Ti amo in tutto,
o di travaglio o di pace,
perché non cerco, né mai ceraci le
consolazioni di Te, ma Te,
Dio delle consolazioni.
perciò mai mi gloriai,
né mi compiacqui di quello che mi donasti nel tuo
Divino amore per sola grazia gratuita,
né mi angustiai e turbai,
se rilasciata nell’aridità e pochezza.
 
Beata Maria Teresa di Gesù

mercoledì 11 novembre 2015

San Rafael Arnàiz Baron - Tema: La Trappa - Dio solo



Nel dicembre del 1936, nel suo monastero, che si trova lungo una strada molto frequentata e una linea ferroviaria che fa tremare tutti i muri, fratel Rafael Arnáiz Barón scrive una meditazione piena di umorismo dal titolo «Libertà». Tanti viaggiatori vanno e vengono a tali velocità! Essi si credono liberi. Ma «la vera libertà è spesso confinata tra le quattro mura di un convento». La libertà, aggiunge il religioso, «è nel cuore dell’uomo che ama solo Dio. Essa è nell’uomo la cui anima non è attaccata né allo spirito né alla materia, ma a Dio solo». In occasione della sua canonizzazione, l’11 ottobre 2009, fratel Rafael è stato presentato da papa Benedetto XVI come un giovane che ha risposto «sì alla proposta di seguire Gesù, in maniera immediata e decisa, senza limiti né condizioni». Proposto come modello a tutti i giovani del mondo, è stato uno dei Patroni delle GMG di Madrid (2011).
Rafael è nato il 9 aprile 1911 a Burgos in Spagna; è il primogenito di una famiglia che conterà quattro figli. Battezzato il 21 aprile seguente, riceve la Cresima quando non ha ancora tre anni, e fa la sua prima Comunione il 25 ottobre 1919. A nove anni, entra in un collegio tenuto dai Gesuiti. Molto presto si manifestano la sua ricca sensibilità nonché le sue doti intellettuali e artistiche. Nel gennaio del 1922, la famiglia si trasferisce a Oviedo e il ragazzo viene ammesso al collegio dei Gesuiti di quella città. La sua grande pietà lo porta a far parte del comitato direttivo della Congregazione di San Stanislao. Già, secondo il Padre prefetto degli studi, egli cerca Dio, «come se fosse magnetizzato da Lui».
Di temperamento vivace, Rafael si spazientisce se non viene servito in modo rapido ed efficace; i piccoli rumori intorno a lui lo disturbano molto. Tuttavia, non ha mai parole sgarbate nei confronti dei domestici. Si mostra molto scrupoloso riguardo alla pulizia dei suoi abiti e dei suoi effetti personali. Tutto ciò che è brutto, sporco o grossolano, le storie o espressioni volgari gli ripugnano. Nei suoi viaggi, porta con sé i suoi astucci di matite; ne ritorna sempre con una gran quantità di disegni di paesaggi, di bozzetti e di schizzi che, una volta terminati, vengono stipati in cartelline oppure donati.

domenica 8 novembre 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 2, 13-22- Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere



Gv 2,13-22


Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

Parola del Signore



Riflessione
 
Finalmente un Gesù che perde le “staffe”!!! Tutto questo mi fa sentire un pochetto meglio... perché, tante volte, anche se non ho usato la frusta, ho denunciato apertamente il poco zelo che tanti cristiani hanno nella casa del Signore. A volte pensavo di essere esagerata perché mi si azionava automaticamente la centrifuga, e avrei voluto che Gesù fosse entrato dalla porta per fare un po' di pulizia. Ma, pensandoci bene, se fosse successo questo la Chiesa sarebbe diventata un deserto...
In ogni caso è molto bello vedere l'amore che Gesù ha per la casa del Padre. Casa destinata esclusivamente per l'incontro con Dio. Luogo dove si deve fare silenzio dentro e fuori di noi, luogo in cui chiacchierare con il vicino è un'indelicatezza molto grave nei confronti del Padrone di casa. Povero Gesù, cosa deve vedere e sopportare!!!...

FARE LA CARITA' ATTRAVERSO L' ELEMOSINA - (Mc 12,38-44) di don Fernando Maria Cornet



Nel libro dei Proverbi sta scritto che chi fa la carità al povero, fà un prestito al Signore che gli ripagherà la buona azione (Prv 19, 17).
C’è chi, nell'abbondanza dei suoi beni, dona agli altri; costui, a causa della sua filantropia, merita di essere lodato dagli uomini. Lui infatti è un uomo giusto, dato che appartiene alla giustizia compartire con chi manca nel necessario.
C’è chi, nella sua mancanza e necessità, dona agli altri benché ciò fosse per lui necessario; costui merita di essere lodato ancora di più dagli uomini. Lui è infatti buono e giusto.
C'è chi, sia nell'abbondanza sia nel bisogno, dona agli altri per amore al Signore. Costui è giustificato dai suoi peccati (Sir 3, 29) e ripieno della bontà dell'Altissimo. Non sarà misurato secondo la misura degli uomini, ma secondo la misura del Signore (cfr. Sal 38,5ss; Ger 10,24; Lc 6,36-38). Non godrà della lode destinata a perire (cfr. Sap 2,4-5), perché la parola dell'uomo è come un soffio che il vento porta via (cfr. Sal 93, 11; Gb 7,7.16), ma gioirà con la lode che esce dalla bocca di Dio (cfr. Sir 44, 1ss), con la Parola che sussiste eternamente (1 Pt 1,24-25; cfr. Bar 4, 1; Lc 21, 33; Gv 1, 1-2). Perché chi fa la carità al povero, fà un prestito al Signore che gli ripagherà la buona azione (Prv 19, 17). Chi è buono con gli uomini, è buono per gli uomini . Chi è giusto con gli uomini, è giusto tra gli uomini. Ma chi opera la carità, è santo agli occhi del Signore (cfr. I Gv 4, 7-21). E chi fa la caritä al povero, fa un prestito al Signore che gli ripagherà la buona azione (Prv 19, 17).

giovedì 5 novembre 2015

In te ho posto tutte le mie speranze; perciò spero con certezza di non vedermi perduto, ma salvo in cielo a lodarti e amarti in eterno....



O Maria, madre mia carissima, in quale abisso di mali mi troverei, se con la tua mano pietosa non me ne avessi tante volte preservato? Da quanti anni sarei già nell'inferno, se con le tue potenti preghiere non me ne avessi liberato?
I miei gravi peccati là mi cacciavano, la divina giustizia mi ci aveva già condannato, i demoni fremevano impazienti di eseguire la sentenza. Tu accorresti, o Madre, senza essere pregata né invocata da me e mi salvasti.
Mia amata liberatrice, che mai ti renderò per tanta grazia e per tanto amore? Poi vincesti la durezza del mio cuore inducendomi ad amarti e a riporre in te la mia fiducia.
In quale abisso di mali sarei precipitato se con la tua mano pietosa tu non mi avessi tante volte aiutato nei pericoli in cui sono stato in procinto di cadere!
Continua, speranza mia, vita mia, madre mia più cara della mia stessa vita, continua a salvarmi dall'inferno e anzitutto dai peccati in cui posso ricadere. Non permettere che io arrivi a maledirti nell'inferno.
Mia diletta Signora, io ti amo. Come potrà la tua bontà sopportare di veder dannato un tuo servo che ti ama? Ottienimi di non essere più ingrato verso dite e verso il mio Dio che per amor tuo mi ha concesso tante grazie.
Che mi dici, Maria? Mi dannerò? Mi dannerò se ti abbandono. Ma come potrei più abbandonarti? Come potrei scordarmi dell'amore che mi hai dimostrato? Dopo Dio, sei tu l'amore dell'anima mia. Io non ho la forza di continuare a vivere senza amarti.
Ti voglio bene, ti amo e spero di amarti sempre nel tempo e nell'eternità, o creatura la più bella, la più santa, la più dolce, la più amabile che ci sia nell'universo.
Amen.

Sant'Alfonso Maria de Liguori – Tratto da “ LE GLORIE DI MARIA “

mercoledì 4 novembre 2015

Se uno non odia suo padre... le parabole della torre e della guerra dei re - Lc 14, 25-33 - Meditazione di Eugenio Pramotton - Terza versione


Lc 14, 25-33


Interpretazione comune
Questo brano di Vangelo viene letto nella ventitreesima domenica del tempo ordinario dell'anno C. Nelle spiegazioni, o nei commenti che si sentono durante le omelie, le parabole della costruzione della torre e della guerra dei re vengono di solito interpretate in questo modo: Siccome seguire Gesù è una cosa seria, un impegno da non prendere alla leggera specialmente dopo aver ascoltato le dure parole relative all'amore del padre, della madre, della moglie… e alla necessità di portare la croce, allora Egli chiede ai suoi ascoltatori di non essere precipitosi e superficiali, ma di sedersi un momento ad esaminare se hanno i mezzi sufficienti per seguirlo fino alla fine. Così come chi vuole costruire una torre o affrontare una battaglia deve valutare con intelligenza se ha le risorse sufficienti per portare a termine l'impresa. Se gli uomini, giustamente, devono dimostrarsi saggi e prudenti nelle imprese umane, a maggior ragione devono dimostrarsi tali prima di avventurarsi nell'impresa di seguire Gesù, perché non accada loro di incominciare senza riuscire a finire.
L'esito della verifica secondo questa interpretazione deve approdare a una delle seguenti conclusioni: io ho i mezzi e le risorse sufficienti per seguire Gesù fino alla fine, allora lo seguo; oppure: riconosco di non avere questi mezzi e non lo seguo. Proviamo ad esaminare una possibile conseguenza di questa seconda conclusione. Se uno decide di non seguire Gesù, chi seguirà e che cosa farà? Seguirà il proprio consiglio e potrà tranquillamente dedicarsi alle proprie imprese, alle proprie battaglie, a curare la propria famiglia ed amare il padre, la madre, la moglie, i figli, la propria vita… evitando sia i problemi derivanti dalle idee un po' strane di Gesù sia le rinunce e i sacrifici richiesti dalla sua folle pretesa di essere amato sopra ogni cosa. Tutto sommato, risulterebbe più comodo e meno rischioso non seguire Gesù per evitare la derisione e l'umiliazione nel caso di un fallimento o di una sconfitta.
Proviamo ad esaminare adesso l'altra conclusione, quella di chi decide di seguire Gesù perché ritiene di avere i mezzi sufficienti e le forze necessarie. Dobbiamo prima di tutto osservare che le parabole si propongono di suggerire un'analogia in cui l'ascoltatore deve essere in grado di valutare la realizzazione di un'impresa dal suo inizio al suo termine perché può ragionevolmente conoscere in anticipo sia le risorse che ha a disposizione, sia quelle effettivamente richieste dall'opera che vuole intraprendere. Ma chi vuole seguire Gesù, può ragionevolmente conoscere in anticipo che cosa gli verrà chiesto all'inizio, a metà e al termine del cammino? Possiamo rispondere che sempre gli verrà chiesto di amare Lui più del padre, della madre, della moglie, dei figli, della vita e di portare la propria croce. Questo è sicuramente uno degli aspetti che possiamo conoscere in anticipo, ma rimane da valutare l'altro aspetto, quello di sapere se noi abbiamo le risorse sufficienti per rispondere correttamente alle esigenze dell'amore di Cristo quando, in circostanze, tempi e modalità impossibili da conoscere in anticipo, bisognerà dimostrare con i fatti di nulla anteporre al suo amore.

Vivere la propria vocazione - Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell'ultimo Sinodo (Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)



    Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. Senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.
    Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?
    Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?

lunedì 2 novembre 2015

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - Prima parte - Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Un racconto paradossale e drammatico - Ci bastano le feste umane - Come si uccidono i messaggeri di Dio - Apparente ingiustizia -


Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24

Secondo padre Marie Dominique Molinié op il riassunto di tutta la rivelazione cristiana contenuta nelle sacre scritture è: “Dio offre all’uomo la sua intimità: ne segue che il senso della vita sulla terra è rispondere sì o no a questo invito. A seconda della risposta seguirà un’eternità beata oppure un’eternità disastrata”. Molti sono chiamati a comprendere con lucidità questo invito e le sue conseguenze, ma pochi gli eletti che veramente lo comprendono e consapevolmente lo accolgono. Questo è anche il riassunto della parabola degli invitati al banchetto di nozze raccontata sia da san Matteo sia da san Luca.
Proviamo ad avventurarci nei misteri contenuti nel racconto, consapevoli di procedere balbettando e barcollando. È tuttavia utile provare a capire qualcosa anche se si commettono degli errori, anche se si fraintendono o si capiscono male alcuni aspetti, perché quanto più avremo fatto uno sforzo onesto e leale per comprendere, tanto più grande sarà la gioia che otterremo quando il Signore ci spiegherà Lui stesso come in effetti stanno le cose. Inoltre, tanto minore sarà la nostra presunzione di capire e di sapere, perché avremo almeno intravisto la profondità del mistero, e questo vale per tutti i misteri che incontriamo sul nostro cammino.
 

La parabola degli invitati al banchetto di nozze - Seconda parte - Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Il re cerca altri commensali - Un invito accolto con poco entusiasmo - Situazioni impossibili - Due volte indegni - Un pericolo mortale



Mt 22, 1-14 || Lc 14, 15-24

Il re cerca altri commensali
Giunti a questo punto dobbiamo costatare che nessuno di quelli che avevano un campo da lavorare o un affare da curare ha risposto all’invito, e il banchetto di nozze con i suoi cibi prelibati rimarrebbe senza commensali; ma il re non si arrende e dice ai suoi servi: La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. L’invito è rivolto ad altri. Se gli occupati non l’hanno accolto, ora l’invito è rivolto ai disoccupati, a coloro che stanno ai crocicchi delle strade e non hanno un campo da lavorare o un affare a cui pensare.
Chi è il disoccupato? È uno che, per vari motivi, o non ha ancora trovato un lavoro, oppure l’ha perso; in quest’ultimo caso ha perso il contatto con la fonte da cui traeva le risorse per vivere lui e la sua famiglia, è uno che si trova sempre a un crocicchio della strada, ossia non sa quale strada prendere per risolvere il suo problema, non sa quale strada prendere per trovare di nuovo una fonte di sostentamento, una fonte di vita per sé e per coloro che ama. Inoltre, un disoccupato o non ha ancora trovato, oppure ha perso la dignità che un lavoro onesto dà e di conseguenza vive in uno stato di vergogna e di angoscia dovuto all’impossibilità di guadagnarsi il necessario per vivere. Se lungo la via passasse qualcuno a offrire un lavoro sarebbe accolto come un salvatore. Ora, lungo la via non passa qualcuno a offrire un lavoro, ma passa qualcuno a invitare a una festa di nozze, e non a una festa di nozze qualunque, ma alla festa di nozze del figlio del re dei re.

domenica 1 novembre 2015

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 25, 31-46 - Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri.


Mt 25, 31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.
Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me.
Poi dirà a quelli posti alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato.
Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna".


Parola del Signore
 
Riflessione

Signori e signore... ecco l'anteprima della sentenza che riceveremo tutti un bel giorno!!!
La sentenza però sarà terribile solo per chi nella vita è sempre stato “double”, ossia per chi voleva servire due padroni o addirittura ha sempre voluto servire il padrone sbagliato... per gli altri invece sarà un ritorno a casa.
Con il Vangelo di oggi Gesù ci sprona a prendere una decisione: dobbiamo decidere se stare dalla parte della Luce o dalla parte delle tenebre, non possiamo permetterci di stare nel mezzo... Finché siamo quaggiù Gesù ci dà la possibilità ogni giorno di salvarci, approfittiamone allora, se non vogliamo finire in una graticola!!!
Il paragone che Gesù utilizza, fra l'uomo e due tipi di animali, è straordinario e calza a pennello...
Prendiamo ad esempio la pecora... è un animale mansueto che si fa guidare dal pastore senza pensare troppo, riconosce semplicemente la sua voce e lo segue ovunque vada. Insomma, si fida, ed è una gran cosa...
La capra invece è un animale un pochetto selvatico e testardo,  va per conto suo, si arrampica dappertutto, anche in luoghi pericolosi ma, soprattutto, è troppo giocherellona... come se non prendesse niente sul serio.
Allora è come se Gesù ci domandasse: "Tu... a che animale assomigli o vuoi assomigliare?... Vuoi ricevere l'eredità che mio Padre ti ha preparato o vuoi stare al calduccio per l'eternità?"... 

O Padre, i nostri santi nel cielo pregano con noi e per noi. Uniamo le nostre suppliche alle loro, perché tu le ascolti e ci renda capaci di essere come ci vuoi. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. ( Preghiera dei fedeli )


SANTA MESSA IN SUFFRAGIO DEI DEFUNTI 



La Chiesa ha sempre favorito la preghiera per i defunti affinchè, come dice la sacra Scrittura “siano assolti dai loro peccati” (2 Mac 12,45).
Di fatto, quando chiudiamo gli occhi a questo mondo e li apriremo alla luce di Dio, nella vita eterna, prima di entrare nella luce e nella pace di Dio, purissimo spirito, ogni uomo ha bisogno di una purificazione al fine di togliere da proprio intimo tutto ciò che la fragilità umana vi ha innescato di peccaminoso e di meno buono.
In questo contesto di purificazione la Chiesa invita ad offrire suffragi per i propri defunti: elemosine, opere di penitenza, gesti di carità, ma soprattutto la celebrazione della santa Messa nella quale Gesù stesso fa Sue le nostre preghiere in suffragio dei nostri cari e le presenta a Dio Padre.
A tale riguardo Sant’Agostino riferisce che la sua mamma Monica, prima di morire, gli aveva raccomandato: “Seppellite pure questo mio corpo dove volete, senza darvi pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, dinanzi all’altare del Signore” (Confessioni 9, 11,27).
E San Cirillo di Gerusalemme scrive: “Presentando a Dio Padre (nella Santa Messa) le preghiere per i defunti….presentiamo a Lui il Cristo immolato per i nostri peccati cercando di rendere clemente per loro e per noi Dio Padre amico degli uomini” (catechesi Mistagogiche 5, 10).
Far celebrare la santa Messa in suffragio dei nostri defunti, oltre che espressione di sincera gratitudine verso i propri cari,  rappresenta per loro un grande vantaggio perché sicuramente li aiuta nella purificazione del loro spirito per poter entrare quanto prima e pienamente nella luce e nella pace di Dio.

I MORTI CI SONO VICINI