lunedì 29 maggio 2017

Santa Giovanna d’Arco – Domrémy, Francia, 1412 circa – Rouen, Francia, 30 maggio 1431 – Tema: Intervento di Dio nella storia - Amore per la Chiesa



Coloro che sostengono che Dio non agisce nella storia troveranno una clamorosa smentita nella vita di santa Giovanna d’Arco. Il beato Vladimir Ghika ha scritto di lei : « È la santa della suprema fiducia nelle realtà soprannaturali, nella presenza di Dio, nelle verità divine, nelle persone vive dell’aldilà, negli angeli e nei santi… Giovanna ci insegna non solo a tener conto di queste realtà, ma a prendere il nostro appoggio principale su di esse per meglio adempiere ai compiti che abbiamo da svolgere in questo mondo. » L’autenticità storica degli eventi della vita di Giovanna, corroborata da numerose deposizioni di testimoni oculari, è innegabile. Grazie agli atti dei processi di condanna e poi di annullamento, siamo in grado di ripercorrere l’epopea di Giovanna e di ammirare la straordinaria franchezza con la quale si rivolgeva ai più grandi della terra.
Figlia di semplici e onesti contadini, Jacques d’Arc e Isabelle Romée, Jehanne (come si scriveva con l’ortografia dell’epoca) nasce, secondo la tradizione, il giorno dell’Epifania 1412. La famiglia risiede nella Lorena francese, a Domremy : la parte del villaggio dove abita Giovanna è terra di Francia dal 1299. Gianna trascorre un’infanzia relativamente serena con i fratelli e la sorella, Jacques, Catherine, Jean e Pierre, mostrandosi particolarmente attenta ai servizi che può rendere ai suoi genitori. Crescendo, la ragazza mostra una compassione piena di sollecitudine nei confronti dei poveri. È una buona cristiana e spesso, il sabato, si reca all’eremo di Bermont, su un’altura nei pressi del villaggio di Greux. Ama pregarvi la Santa Vergine e offrirle dei ceri. La devozione al Nome di Gesù, predicata nella stessa epoca da san Bernardino da Siena, occupa anch’essa un posto importante nel suo cuore.

domenica 28 maggio 2017

Figlio Mio, appoggiati su di Me!


 
Anna Masarikovà, di Unin nell'ovest della Slovacchia, è un'infermiera che ha conosciuto molte situazioni dolorose e, con i suoi modi affettuosi, ha potuto trasmettere tanta consolazione. Ma ha scoperto il valore prezioso della sofferenza solo attraverso il marito Luboš, ateo prima del matrimonio.


Luboš era un appassionato giocatore di hockey su ghiaccio tanto da abbandonare gli studi per diventare professionista. Poi ha conosciuto Anna! E la vita del ventitreenne ha preso tutta un'altra direzione. “Dopo che l'ho conosciuta, ho sognato addirittura dei santini, perché questa ragazza mi parlava con grande entusiasmo della sua fede. Anche se non credente, questo non mi dava fastidio, perché ero innamorato! Perciò con Anna ho anche frequentato il corso di preparazione al matrimonio religioso, che allo stesso tempo era per me preparazione al battesimo e alla prima comunione. Dopo il matrimonio sono andato sì regolarmente alla Santa Messa, ma riguardo la vita di fede sono rimasto abbastanza superficiale. Avevo tante altre preoccupazioni e interessi. Le cose spirituali mi bastavano a gocce, fin quando la mia vita è cambiata radicalmente nel 2007. Mi hanno diagnosticato un cancro e il mondo si è capovolto completamente, come quando si gira una clessidra. Un tempo non comprendevo perché la via che ci conduce a Gesù passi attraverso la croce. Era incomprensibile per me perché Dio permettesse certi eventi. Ora, all'improvviso, la croce c'era ed era accanto a me! E ho trovato la forza di abbracciare Gesù affettuosamente e di tenerlo stretto”. 

sabato 27 maggio 2017

Giuseppe Cafasso, padre dei disperati… Tratto da “Trionfo del Cuore” - IL GIORNO PIÙ’ GRANDE DELLA MIA VITA - Famiglia di Maria - Settembre-Ottobre 2016 n° 39



Tutti conoscono Don Bosco, l'apostolo della gioventù, pochi però sanno qualcosa del suo padre Spirituale, Giuseppe Cafasso, di soli quattro anni più grande di lui. La sua vita fu una lode unica alla misericordia di Dio. Si adoperò soprattutto per la salvezza delle anime abbandonate da tutti.
Nel nome di Dio prometteva loro, e anche subito, il paradiso!


Nella metà del XIX secolo, don Cafasso, umile professore di morale e instancabile sacerdote, divenne un modello e l'educatore di una generazione di santi sacerdoti nella città di Torino e in Piemonte. Ma c'è un altro aspetto della sua vita: la sua speciale sollecitudine per i casi senza speranza, per i carcerati e i condannati a morte, abbandonati da tutti a causa dei loro vizi e dei loro peccati. Don Giuseppe non lasciava senza assistenza i “suoi condannati”
Tre volte a settimana visitava le quattro prigioni torinesi, nelle quali infuriavano terrificanti condizioni morali e sanitarie. Egli, “l'amico delle loro anime immortali”, chiamava gli assassini, i ladri, gli imbroglioni e tutti i carcerati, i suoi “prediletti, amici e beniamini” e non risparmiava nessuno sforzo per la loro conversione.
Diceva: "I miei carcerati e i condannati all'impiccagione sono il campo di lavoro del mio cuore ... tra loro mi trovo a mio agio: qui non ho più alcun fastidio, una sola cosa desidererei: avere qui una camera anche per me per stare giorno e notte con i miei amici”.
Di solito saliva lentamente e attentamente le scale, ma in carcere era “come un pesce nell'acqua, correva lungo i corridoi, saliva e scendeva lieto e felice i gradini umidi e bui”, che quasi si dimenticava di tornare a casa. Pensando sicuramente ai suoi prigionieri, don Cafasso disse in un'omelia: "Il Signore è sempre disposto ad usare misericordia, ed è tale questa sua volontà, che si tiene più offeso del disperare, che non del peccato stesso di cui si dispera”.
Conquistava i più induriti e contrari per mezzo di un amore costante ed una perseverante bontà. Nessuna bestemmia, nessuna parola cattiva, nessun insulto rivolto alla sua piccola statura e alla sua gobba impedivano a don Cafasso di portare ripetutamente regali ai suoi “prediletti”: tabacco, pane, vino, vestiti oppure frutta. Se alle volte veniva derubato, taceva e non esitava a dare del denaro alle guardie affinché trattassero meglio “i Suoi figli. Persino quando una volta i carcerati cominciarono a bombardarlo con i noccioli della frutta, da lui stesso appena ricevuta, tranquillizzò i secondini indignati: "Lasciateli un po fare, non hanno altri divertimenti, poveretti!”.

giovedì 25 maggio 2017

Dio abita in mezzo a noi... Tratto da “Trionfo del Cuore” - Sia Lodato e Ringraziato! - Famiglia di Maria - Novembre -Dicembre 2016 – n° 40.



Duemila anni fa un angelo annunziò ai pastori la buona novella della nascita del Bambino Gesù. Luca riferisce: “Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l'un l'altro: Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere.
Andarono, senza indugio ... '' e adorarono il Messia, il loro Salvatore. Anche noi possiamo vivere la stessa esperienza dei pastori perché nella Santa Eucaristia il Signore ci ha lasciato l'inconcepibile regalo della Sua presenza.

Quanto Dio ci rende facile incontrarlo personalmente! Dobbiamo solo entrare in una chiesa. “Egli, che ha creato tutto il mondo e con il suo Preziosissimo Sangue ha lavato i miei peccati, è presente qui nel tabernacolo. Non è un'immaginazione: il Dio vivente è veramente presente. Posso comprendere la maestà di Dio, ma non la Sua umiltà”: confessò la santa Madre Teresa riguardo al mistero della presenza di Dio in una piccola ostia. Non stupisce che i Santi siano innamorati del Santissimo Sacramento!
Quando il fondatore della Congregazione del Santissimo Sacramento, san Pierre Julien Eymard (1811-1868), giunse a Parigi, vi abitò in condizioni poverissime. Gli mancava quasi tutto, ma se qualcuno mostrava di avere compassione di lui, deciso rispondeva: "Il Santissimo è qui, è tutto ciò che mi serve”. E invitava tutti coloro che chiedevano il suo aiuto e la sua consolazione ad andare davanti al tabernacolo: "Troverete tutto nell'Eucaristia, la forza della parola, la saggezza e il miracolo, Si, anche i miracoli. L'Eucaristia è la più alta rivelazione dell'amore di Gesù. Essa può essere superata solo in Cielo”.
Santa Caterina da Genova (1447 – 1510), la grande teologa del purgatorio, disse: "Il tempo che passo davanti al tabernacolo è il meglio speso della mia vita”. È vero, lo comprendiamo perché quando preghiamo permettiamo a Dio di operare dentro di noi. Per noi cristiani, iperattivi nella società di oggi, non è facile credere che il tempo passato davanti all'Eucaristia sia davvero quello meglio usato. Anche Madre Teresa affrontò questa difficoltà. Il postulatore del suo processo di beatificazione e di canonizzazione, Padre Brian Kolodiejchuk MC, nel bestseller da lui curato: “Dove c'è amore, c'è Dio”, racconta che nel 1973, durante un capitolo, una suora chiese: "Madre, vorremmo avere un'ora di adorazione Ogni giorno". La prima reazione della madre fu: "Non è possibile, abbiamo troppo lavoro: i malati, i morenti, i lebbrosi, i bambini !”.
Le suore poi però fecero una prova: "Da allora abbiamo un amore più grande e profondo per Gesù e un affetto più grande e disponibile fra noi. Ancora di più: l'adorazione ha portato una maggiore comprensione verso i poveri. Capiamo meglio le loro sofferenze e ciò che potrebbe servire loro. Anzi ancora: abbiamo tante meravigliose vocazioni dico sempre: è il frutto dell'adorazione, viene dalla presenza di Cristo, dalla nostra adorazione”.
Il Santo Papa Giovanni Paolo II ci ha lasciato una testimonianza toccante. Il cardinale AndrZe Deskur (1924-2011), che aveva conosciuto Karol Wojtyla quando era studente, racconta: "Quando Karol era in cappella, lo si sentiva parlare come se si intrattenesse con un altra persona”.

mercoledì 24 maggio 2017

Tu sei sacerdote in eterno!... Tratto da "Trionfo del Cuore" - IL SACERDOTE E LA MATERNITÀ SPIRITUALE PER I SACERDOTI I - Famiglia di Maria



P. Paul Maria Sigl

In ogni Santa Messa si rende presente quella solenne ora del Giovedì Santo, in cui, la notte prima della Sua passione e morte, il Sommo Sacerdote divino celebrò nel Cenacolo il “primo Santo Sacrificio”. Egli prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, pronunciando le parole: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”. Dopo la cena, allo stesso modo prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e bevetene tutti: questo è il mio sangue, versato per voi e per tutti per la remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”. In questo modo così semplice e sublime il Signore istituì il sacramento dell’Eucaristia e fece dei Suoi apostoli i primi sacerdoti di quella nuova Alleanza, che Egli, poco più tardi, avrebbe stipulato eternamente nel Suo sangue come Servo sofferente ed umiliato e Redentore. Sì, sul Calvario vediamo il Sommo Sacerdote divino che, sull’altare del proprio Corpo, si offre morente al Padre come sacrificio infinitamente prezioso. Ma Egli non era solo! Sua Madre, la Corredentrice, come p. Pio e tanti altri santi l’hanno chiamata, stava sotto la croce. Fortificata dalla santa Eucaristia, attraverso un primo “per Ipsum mariano”, offrì suo Figlio come un’ostia. Ella era unita in modo particolarmente perfetto all’offerta del Figlio sacerdote, al punto che si può dire: il loro comune sacrificio di redenzione, la loro comune vittoria, da allora, attraversano tutti i tempi e abbracciano tutti gli uomini. Papa Giovanni Paolo II parlò più volte di questa realtà spirituale, come, ad esempio, il 12 febbraio 1984: “Maria è presso ogni altare” o in occasione della Festa del Corpus Domini del 5 giugno 1983: “... ogni Messa ci pone in comunione intima con lei, la Madre, il cui sacrificio ‘ritorna presente’ come ‘ritorna presente’ il sacrificio del Figlio alle parole della Consacrazione del pane e del vino pronunciate dal sacerdote”. In modo molto simile si espresse l’amabile mistica tedesca Barbara Pfister (1867-1909): “Quante volte ho visto come la Madre di Dio accompagna il sacerdote all’altare, lo porta e lo guida, veglia su di lui e lo protegge ... Lei è sempre con lui. Non la si può separare dal Salvatore. Come Lui non ha voluto celebrare il Suo Sacrificio senza sua Madre, così anche il sacerdote non dovrebbe andare all’altare senza la Madre addolorata”.

Ha preceduto suo Figlio

Madri spirituali... Tratto da “Trionfo del Cuore” - IL SACERDOTE E LA MATERNITÀ SPIRITUALE PER I SACERDOTI I - Famiglia di Maria




San Giovanni Eudes (1601 – 1680), chiamato da Papa Pio XI il “profeta del Cuore”, come missionario popolare in Francia si impegnò instancabilmente per 45 anni per diffondere la venerazione dei Cuori di Gesù e di Maria. Nella comprensione di questi due Cuori così uniti tra loro, il santo era consapevole anche dell’unione che lega i sacerdoti e le loro madri spirituali: “Il sacerdozio sacramentale è così grande, così divino, che sembra che non esista qualcosa di più grande e di più divino. E tuttavia c’è un sacerdozio che in un certo senso supera quello dei sacerdoti: è la vocazione di impegnarsi per la loro santificazione, salvando i salvatori e portando al pascolo i pastori; ottenendo la luce per coloro che sono la luce del mondo e santificando coloro che sono la santificazione della Chiesa”. Ogni vocazione sacerdotale è portata e sostenuta da madri spirituali, che in modo disinteressato aiutano il sacerdote affinché egli possa crescere nel suo amore per Dio e per le persone a lui affidate.
Questo essere “madri spirituali” per i sacerdoti può assumere forme più diverse. Può significare l’offerta di sofferenze fisiche, o il servire quotidiano, l’essere caritatevole, la preghiera fedele e il portare pesi spirituali, come anche l’affrontare “notti dello spirito”. Tutta la storia della Chiesa ci parla di queste “sante coppie”, iniziando dal Sommo ed Eterno Sacerdote stesso, il quale attingeva forza dall’intima e inesprimibile unione con Sua Madre. Pensiamo a Benedetto e alla sorella Scolastica, a Bonifacio e alla sua parente Lioba, a Francesco e Chiara di Assisi, a Francesco di Sales, il santo vescovo di Ginevra, e alla sua “figlia e madre” Giovanna Francesca di Chantal! Lo stesso fu per Brigida di Svezia, Caterina da Siena o Lidwina di Schidam, che divennero consigliere, guide e vittime di espiazione per diversi Papi. Anna Maria Taigi, madre di famiglia a Roma, fece da consigliera illuminata ad addirittura cinque Papi consecutivi!
Nel XX secolo molti di noi sono stati testimoni di quanto spesso Giovanni Paolo II abbia cercato la vicinanza di Madre Teresa di Calcutta prendendola per mano per esprimerle la sua riconoscenza ed il profondo rispetto. Dopo l’attentato, questo Papa si sentì profondamente riconoscente anche nei confronti di una bambina, la pastorella Giacinta, tanto che alla sua Beatificazione, celebrata il 13 maggio 2000 a Fatima, sottolineò: “E desidero una volta di più celebrare la bontà del Signore verso di me, quando, duramente colpito in quel 13 maggio 1981, fui salvato dalla morte. Esprimo la mia riconoscenza anche alla beata Giacinta per i sacrifici e le preghiere fatte per il Santo Padre, che ella aveva visto tanto soffrire”.

Arbusto di rose in fiore - radici nascoste

lunedì 22 maggio 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 16, 16-20 - Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia




In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».
Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».

Parola del Signore
Riflessione

Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”
I discepoli non capirono... Ma noi, che invece siamo dei fenomeni, noi che ci crediamo migliori di loro, noi che siamo convinti di avere molta più fede di loro, comprendiamo subito quello che Gesù dice?...
Di primo acchito, le parole del Signore mi hanno lasciata un pochetto perplessa: "Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”... Gesù caro, se qualcuno mi dicesse una cosa del genere penserei subito che è fuori come un citofono!!! È vero che i tuoi pensieri non sono i nostri pensieri, ma, a volte, dai per scontato che tutto sia chiaro per noi. Gesù... Tu sai che siamo dei poveretti, che siamo un po' duri di cervice, e che, con tutto quello che abbiamo da purificare, non riusciamo a vedere chiaro nelle situazioni che ci fai attraversare, inoltre, facciamo fatica ad accettare la realtà che viviamo, le prove e i disagi che abbondano in varietà, intensità, durata... Poi, non dobbiamo fare i conti solo con le nostre miserie, ma anche quelle degli gli altri non le possiamo schivare, ci cadono addosso, ci opprimono, ci rattristano... 

domenica 21 maggio 2017

Credere attivamente, osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo… del Sac. Dolindo Ruotolo



Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime, infatti, la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso, La pietà vera è via, verità e vita; è via che ci conduce a Dio e all’eternità, è fondata saldamente sulla Verità divina ed è vita di Gesù Cristo.
La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, bensì Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo. Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi Comandamenti, e per far questo è necessaria la grazia. La grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro Mediatore presso Dio come Verbo Incarnato e potendoci Egli solo ottenere la grazia per amarlo e per osservare i suoi Comandamenti, soggiunge: Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce, voi, però, lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi.
Paraclito significa difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore, colui che dà l’impulso; ora, Gesù Cristo era per gli Apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana; l'avvocato, come dice san Paolo, perché loro Mediatore presso Dio; il consolatore, perché effondeva in loro il balsamo della sua carità; l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro; l' esortatore, come Maestro divino; l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita. Egli, quindi, primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo e dovendo lasciare gli Apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra Persona dalla Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro, intimamente e nella Chiesa che Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene e impulso di vita nuova nelle debolezze della natura.
Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa che Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della Fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile Verità.
Lo Spirito di verità che il mondo rifiuta

sabato 20 maggio 2017

Appuntamenti notturni…




Fra Kostka (1868-1946), umile membro dei Missionari Verbiti di Grevenbroich in Vestfalia (Germania), per quattro decenni, durante la S. Messa, vide la passione di Gesù. E per quarant'anni questo fatto rimase nascosto, così come le sue adorazioni notturne davanti al Santissimo.


Terminata la scuola, Giuseppe Wasel, figlio di un pastore di pecore, iniziò a lavorare come stalliere presso un contadino. Le omelie, nella sua parrocchia, di due missionari verbiti suscitarono nel giovane il desiderio di diventare missionario.
A ventotto anni, Giuseppe entrò come fratello missionario a Steyl e da religioso prese il nome di Kostka, dal santo gesuita Stanislao Kostka. Ripetutamente pregò il Fondatore dell'Ordine, Arnold Janssen, di mandarlo in missione in un paese lontano. Ma questi gli rispondeva sempre con un sorriso: "La tua nave non è ancora pronta!". Fu inviato invece nel territorio della Saar per la fondazione della missione di St. Wendel. Qui, per 43 anni, Fra Kostka lavorò instancabilmente nella cucina della missione, nel negozio del convento e al servizio dei pellegrini. Quello di cui nessuno venne a conoscenza è che il Signore attirò sempre più a Sé questo discreto e grande orante e inarrestabilmente ne "spostò" la missione verso "l'interno", tanto che Fra Kostka successivamente disse: "Già nel mondo il tempo più caro per me è stato quello che ho potuto passare in preghiera davanti al Santissimo, ma nel convento l'impulso per la preghiera è cresciuto. Tutto mi ha attirato verso il Salvatore. Un ardore mi ha quasi costretto ad alzarmi per mostrare al buon Maestro il mio amore. Personalmente attribuisco la prassi della preghiera notturna alla S. Comunione quotidiana. Perché l'attrazione, questo fuoco dentro di me, veniva dal sacramento, dal Salvatore presente nel tabernacolo con la Sua divinità e la Sua umanità. Con il permesso del Padre Rettore, ho potuto alzarmi ogni notte, anche se inizialmente lui pensava che questo fosse solo un fuoco di paglia. A mezzanotte e mezza mi alzavo dal mio giaciglio, senza bisogno di una sveglia; mi sono sempre svegliato alla stessa ora e spesso ho pensato tra me che fosse il mio angelo custode a svegliarmi puntualmente. Rimanevo poi in ginocchio fino alle due davanti al Santissimo. Fin quando ho vissuto nella masseria, pregavo nel fienile perché la porta della chiesa era chiusa. Nella casa missionaria, facevo adorazione da dietro l'altare maggiore, un posto che mi è diventato caro ogni giorno di più.

venerdì 19 maggio 2017

“La Croce ha le ali”...



Il giornalista spagnolo, Manuel Lozano Garrido (1920-1971), chiamato “Lolo”, è riuscito ad accettare la sua malattia incurabile come un dono dalle mani di Dio, diventando così un vero apostolo della gioia. In modo mirabile ha creduto al mistero della “corredenzione” come vocazione di tutti i sofferenti. Nel 2010 è stato il primo giornalista beatificato.

Manuel Lozano Garrido nacque come quinto di sette fratelli e sorelle nella cittadina di Linares, in Andalusia, nel sud della Spagna. Era un bambino gaio, birichino, che amava la recitazione, il calcio e tanto la natura. In seguito alla prematura morte dei genitori, profondamente credenti, per i fratelli e le sorelle ebbe inizio un periodo molto duro. A undici anni Manuel entrò a far parte di un gruppo giovanile di Azione Cattolica, divenuto poi la sua famiglia spirituale. Qui si sviluppò il suo carattere altruista e pieno di buon umore, con il quale conquistò i suoi contemporanei, e la sua luminosa capacità di giudizio come anche i suoi alti ideali. Qui furono poste le fondamenta di un amore ardente verso Cristo, l’Eucaristia e la Madonna, un amore che diede le ali al suo zelo di guadagnare uomini per Cristo. Qui scoprì anche la sua passione per la scrittura: “A quindici anni mi fu abbastanza chiara la scelta della mia futura professione ... volevo diventare giornalista”.

Riusciremo!

Lolo aveva sedici anni quando nel 1936 scoppiò la Guerra Civile in Spagna e con essa una forte persecuzione della Chiesa. Furono proibite le funzioni religiose, molti sacerdoti e laici vennero arrestati e uccisi. Anche alcuni amici di Lolo, giovani di Azione Cattolica, subirono il martirio. Dall’unico sacerdote non arrestato della città Lolo fu incaricato di portare ai cattolici perseguitati la S. Comunione. Questa esperienza di portare con sé il Signore Eucaristico, durante la guerra, lasciò tracce profonde nel giovane Manuel. Fu presto scoperto, arrestato e imprigionato per tre mesi. Ma anche in prigione non perse il suo buon umore! Dopo la sua liberazione, Manuel, ad appena diciassette anni, dovette andare al fronte repubblicano.
Nel 1939, terminata la guerra, oltre agli studi per diventare insegnante, riprese il suo apostolato. Da quel momento operò instancabilmente come catechista, faceva visita ai malati, scrisse i suoi primi articoli, come responsabile della propaganda del centro giovanile di Azione Cattolica, e addirittura condusse un programma radiofonico. Nell’estate del 1940 Manuel partecipò ad un grande pellegrinaggio per giovani al Santuario della ‘Vergine del Pilar’ a Saragozza. Lì, davanti all’immagine della Madonna, un sacerdote ricordò ai presenti quei loro coetanei che, solo pochi mesi prima, avevano sacrificato la loro vita per Cristo e rivolse ai ragazzi la domanda che Gesù aveva posto a Giacomo e Giovanni: “Potete bere il calice che io bevo?”. Nel loro affetto ed entusiasmo i giovani risposero: “Lo possiamo!”. Manuel aveva vent’anni. Tre anni dopo il Signore gli affidò un calice colmo fino all’orlo, molto diverso da come Lolo se l’era immaginato. Nel 1942, mentre prestava di nuovo servizio militare a Madrid, comparvero progressivamente i segni di una grave malattia. Inizialmente accusò forti dolori alle gambe; poi in breve tempo non riuscì più a salire le scale. Solo dopo una visita a Madrid, la diagnosi fu terrificante: morbo di Bechterew, una malattia reumatica della spina dorsale, fino ad oggi incurabile, che, accompagnata da dolori insopportabili, porta inarrestabilmente alla paralisi totale! Manuel accettò questa croce incondizionatamente. Fu dimesso dal servizio militare con la diagnosi di ‘malato inguaribile’. Forse all’inizio prese il congedo come un dono, tuttavia, con il peggiorare della malattia, per i dolori e i periodi bui, dovette crescere sempre più nell’accettazione della croce. “Accettare la volontà di Dio... Noi diciamo: accetto, accetto! Ma lo facciamo come qualcuno che dà a Dio un assegno in bianco, sperando che la somma che Egli scriverà sarà la più bassa possibile. Accettare: una bella parola, nel nostro immaginario è un contatore a gocce. L’accettazione cristiana è molto di più che un accettare. Significa amare come un dono la volontà di Dio, sia quando Egli ci dà che quando ci toglie qualche cosa. Significa fidarsi completamente che tutto ciò che Dio fa o permette è pura bontà”. Egli chiese a Gesù solo questo: “Prestami il Tuo cuore per l’uno, i tre, i cinque anni che mi restano di vita. Il Tuo cuore, non per l’egoismo di poter realizzare tutto facilmente e senza sforzo, ma per adempiere al mio dovere di amarTi senza misura” .

La Consolatrice di Lourdes e la forza della Santa Eucaristia

martedì 16 maggio 2017

Santa Matrona



Una Santa moscovita venerata dalla Chiesa ortodossa russa

Per 71 anni, S. Matrona (1881-1952) ha pregato e sofferto per il suo popolo. Simile ad una colonna di fuoco, quest’anima di espiazione russo-ortodossa ha conservato la sua imperturbabile fede nell’amore di Dio, tra le più crudeli persecuzioni da parte dei comunisti e di forze demoniache. Ella ha dato consigli a migliaia di persone in cerca di aiuto, ha curato malati, ha liberato posseduti da demoni e ha descritto eventi futuri come se li leggesse in un libro.

Matrona Dmitrijewna Nikonowa nacque nel 1881 come quarta figlia di una povera famiglia di contadini, nel piccolo paese di Sebino, 280 chilometri a sud di Mosca.
Prima del parto, la madre Natalja aveva avuto un sogno profetico, nel quale un uccello bianco con un volto umano, ma con gli occhi chiusi, si posava sulla sua mano. Nata la sua bambina cieca, addirittura senza gli occhi, con le palpebre chiuse, la mamma comprese il simbolismo del sogno. Nonostante la loro povertà, i genitori non misero in un istituto la bambina handicappata, come di solito si faceva all’epoca, ma la curarono in casa con tanto amore. Presto i genitori notarono quanto Matrona amasse la preghiera. Sebbene cieca, la piccola parlava con le icone, come se i santi e la Madonna fossero vivi davanti a lei.
La bambina partecipava volentieri con i suoi genitori alla liturgia nella vicina Chiesa, il suo posto preferito era a sinistra dell’ingresso. Lì stava spesso per ore immobile come una colonna e, meravigliando tutti, unendosi al coro, cantava a memoria i canti liturgici. Purtroppo i ragazzi del paese non avevano la sensibilità dei suoi genitori. Matrona avrebbe voluto giocare con loro, ma questi la prendevano in giro, picchiavano la bambina inerme con l’ortica o la mettevano in una buca per vedere se sarebbe riuscita a venirne fuori. La deridevano e la trattarono talmente male che ella preferì restare a giocare a casa.
Esistono solo poche foto che mostrano Santa Matrona nella sua posizione tipica, seduta e con le gambe incrociate. Paralizzata e cieca era completamente dipendente da Dio e dagli uomini. Ma proprio questa totale dipendenza ella sopportò con un tale amore, che la fece diventare “madre spirituale” per il suo popolo. Come la sua pia contemporanea Makaria (della quale abbiamo scritto nel n. 18 di “Trionfo del Cuore”), anche Matrona visse poveramente, spesso in miseria. Ma le sue sofferenze, sopportate con eroica devozione, sono diventate fonte di grazie, non solo per i molti fedeli ricevuti mentre era in vita, ma anche per quanti nel nostro tempo (e sono migliaia) si recano ogni giorno sulla sua tomba per affidare alla Santa i loro problemi.

Sofferenze straordinarie, straordinari Doni

sabato 13 maggio 2017

Madonna di Fatima - Tema: Lucia, Giacinta, Francesco. Conversione - Cielo - Sacrifici - Inferno - Rosario - Cuore Immacolato di Maria




Nel 1985, il Cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, venne interrogato dal giornalista italiano Vittorio Messori a proposito della terza parte del «segreto di Fatima», che non era ancora stata svelata. Al giornalista che si mostrava preoccupato di qualche cosa di «terribile» che si supponeva ci fosse in questo segreto, il futuro Papa rispondeva: «Se anche ci fosse, ebbene, questo non farebbe che confermare la parte già nota del messaggio di Fatima. Da quel luogo è stato lanciato un segnale severo, che va contro la faciloneria imperante, un richiamo alla serietà della vita e della storia, ai pericoli che incombono sull'umanità. È quanto Gesù stesso ricorda assai spesso, non temendo di dire: Se non vi convertite tutti, perirete (Lc 13,3). La conversione – e Fatima lo ricorda in pieno – è un'esigenza perenne della vita cristiana» (Rapporto sulla fede: Vittorio Messori a colloquio con il cardinale Joseph Ratzinger, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), 1985, p. 111).
Questo appello alla conversione, per quanto sia esigente, è quello del Cuore infinitamente amante di Nostro Signore. Nella sua sollecitudine materna nei nostri confronti, la Santissima Vergine è venuta a rivolgercelo nuovamente. Nel corso delle sue apparizioni successive a Fatima, la Madonna, modello di saggezza e di una bontà senza pari ci manifesta la sua pedagogia soprannaturale. In occasione della prima apparizione, il 13 maggio 1917, essa innalza i tre giovani veggenti al desiderio del Cielo: mentre Maria di una bellezza straordinaria, tutta luminosa, vestita di un lungo abito bianco e di un velo che scende fino ai piedi, sta davanti a lei, Lucia, la più grande del gruppo, le chiede: «Da dove viene, Signora? – Vengo dal Cielo. – E che cosa desidera da noi? – Vengo a chiedervi di trovarvi qui sei volte di seguito, a questa stessa ora, il 13 di ogni mese. Dopo, vi dirò chi sono e quello che desidero da voi. – Lei viene dal Cielo!... ed io, andrò in Cielo? – Sì, ci andrai. – E Giacinta? – Anche. – E Francesco? – Anche lui ci andrà; che reciti anche il suo rosario « »
Il Cielo è il fine della nostra esistenza. «Dio, infinitamente Perfetto e Beato in Se stesso, per un disegno di pura bontà, ha liberamente creato l'uomo per renderlo partecipe della sua vita beata» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC,1). Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, e che sono perfettamente purificati, entrano nel Cielo dove sono per sempre simili a Dio, perché Lo vedono così come Egli è (1Gv 3,2), a faccia a faccia (cfr. 1Co 13,12). Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5,8). Questa vita di perfetta comunione e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e i santi, pur essendo frutto di un dono gratuito di Dio, è la realizzazione delle aspirazioni più profonde dell'uomo, lo stato di felicità suprema e definitiva. Dio, infatti, ha messo nel cuore dell'uomo il desiderio della felicità al fine di attirarlo a Se. La speranza del Cielo ci insegna che la vera felicità non si trova né nella ricchezza o nel benessere, né nella gloria umana o nel potere, né in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, né in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore (cfr. CCC, 1723). «Solo Dio appaga», afferma san Tommaso d'Aquino.
«Noi lo vogliamo!»

giovedì 11 maggio 2017

IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA… di Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”


 

Un'esigenza d'amore
Dei tre sacramenti che ci danno, o restituiscono, la grazia, il Battesimo è conferito una sola volta, l'Unzione non è data che ai malati gravi, la Penitenza invece può essere ricevuta più volte.
Questo sacramento si iscrive nella linea dell'amicizia con Dio: è un passaggio di questa amicizia. Bisogna dunque approfondire la nozione di amicizia: l'Amicizia con la A maiuscola, che raggiunge l'Amore con la A maiuscola. Oggi si parla molto di riconciliazione: ho sentito dire, a Lourdes, che se la Madonna tornasse, si aggiornerebbe anche Lei e invece di dire: «Fate penitenza!», direbbe: «Riconciliatevi!».
Mi va bene che si sostituisca alla penitenza la riconciliazione, a condizione di comprendere che la riconciliazione è una deflagrazione interiore. Quando l'amore e l'amicizia raggiungono certi livelli, non ci si lascia per un nonnulla, e non ci si riconcilia con superficialità. A questo livello l'amore è una vita, lasciarsi una morte, riconciliarsi una risurrezione. Niente di tutto questo è in nostro potere.
Facendo il sacerdote ho constatato con sorpresa che i più rinunciano presto all'Amore: non ci credono neanche più. E facile credere all'innamoramento. E più difficile credere all'amicizia. Ma l'Amore che è nello stesso tempo un'Amicizia, non credo d'averlo trovato all'infuori dei mistici. Sto pensando in particolare alle famiglie cristiane: ci può essere in esse molto affetto e anche molta passione, ma l'amicizia è una cosa talmente profonda che nei migliori dei casi se ne sospettano a mala pena le esigenze.
Quando nasce una vera amicizia, essa suscita le stesse ansie, lo stesso timore di perdere tutto ad ogni istante, come nella vita mistica, la quale è, come canta San Giovanni della Croce, «ardente di un amore pieno di angosce». Non c'è grande amore senza ansietà, e questo ci riporta al viaggio, perché il viaggio non è turismo, è Ulisse che ritorna a Itaca.
L'amicizia

IL FINE ULTIMO… di Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”.



Senso di colpa e peccato
Oggi si parla molto di senso di colpa e gli psicologi dicono che vogliono liberarci da esso. In verità, c'è un solo modo di liberarsi dal senso di colpa, ed è quello di scoprire e riconoscere il proprio peccato. Il complesso di colpa è una grande illusione, che consiste nel tormentarsi per peccati che non sono veramente tali e che in ogni caso non giustificano un tale malessere della coscienza. Ma sotto a questa oscura, scoraggiante, e in fondo vana, sofferenza si nasconde una verità profonda: la verità del nostro peccato, ed è questa verità che ci libererebbe se noi la sapessimo riconoscere. -
La maggior parte dei rimproveri che ci vengono fatti mirano a farci diventare qualcos'altro da quello che siamo, il che è assolutamente impossibile. Essi alimentano il nostro senso di colpa, e cioè la vergogna di essere noi stessi. Quando scoprirete il vostro peccato, vedrete che esso consiste precisamente nel rifiuto di essere voi stessi, così come Dio vi ha fatto o vi vuole. Il peccato consiste nel non essere felici, nel non cercare la felicità dove essa si trova, e perciò nel non trovarla. Quando si comincia a capirlo, tutto il resto non ci impegnerà più di tanto e il complesso di colpa sparirà molto presto.
Sapere ciò che si vuole

mercoledì 10 maggio 2017

Beato Enrico Rebuschini - Gravedona (Como), 28 aprile 1860 - Cremona, 10 maggio 1938 - Tema: Esaurimento nervoso - Sofferenza - Lotta spirituale


Conferire gli onori della beatificazione ad un religioso ospedaliero, colpito a varie riprese da esaurimento nervoso, è un atto che, di primo acchito, può stupire. Tuttavia, proclamando Beato Padre Enrico Rebuschini, il 4 maggio 1997, Papa Giovanni Paolo II ha confortato molti uomini e molte donne della nostra epoca, tutti quelli cioè che sono confrontati a prove similari, o personalmente o nel loro ambiente.
Enrico è nato nell'Italia del Nord, a Gravedona, sulla riva nord-ovest del lago di Como, il 28 aprile 1860. Suo padre, Domenico, intendente di finanza, prima di esser promosso ispettore capo fiscale della provincia di Como, non è favorevole alla religione: accompagna la moglie fino all'entrata della chiesa, ma rimane all'esterno. Sua madre, Sofia, cristiana esemplare, è nativa di Livorno, in Toscana. La coppia ebbe cinque figli. Enrico è il secondo. Alla fine degli studi medi superiori, Enrico, che non può seguire la propria propensione per la vita religiosa, a causa dell'opposizione del padre, si iscrive alla Facoltà di matematica di Pavia. Ragazzo calmo e beneducato, non rimane che un anno all'Università, il cui ambiente anticlericale suscita in lui amarezza e disgusto.
Tornato a Como, compie il servizio militare, nell'ambito dell'anno di volontariato. Nei momenti di libertà, si isola volentieri nella preghiera e nelle buone letture. Alunno presso la Scuola militare di Milano, ne esce sottotenente della riserva, stimato dai superiori che lo incoraggiano a far carriera nell'esercito. Ma, tornato in famiglia, preferisce compiere studi di ragioneria, che si concluderanno con un diploma ottenuto nel 1882, a pieni voti.
Una strada che non gli va

martedì 9 maggio 2017

L'ULTIMO POSTO... Marie Dominique Moliniè op – Tratto da “Beati gli umili”



Bisogna pregare sempre
Certe parole di Cristo sembrano particolarmente dure, quelle, per esempio, che esigono la rinuncia ai beni di questo mondo. C'è chi ha osservato che una tale rinuncia è praticamente impossibile. La sola cosa da fare, la sola risoluzione assolutamente indispensabile alla ricerca di Cristo - quella che governa tutte le altre e senza la quale nulla è effettivamente possibile - è quella di pregare. Anche quando c'è altro da fare, non si è mai dispensati dal pregare. Davanti a certe difficoltà che sembrano insuperabili, l'unica soluzione è chiedere aiuto.
Non sembra una cosa difficile. Pensate a un avvocato che sollecita la grazia per un condannato a morte: questo è pregare. Basta riconoscere che non possiamo cavarcela da soli, e sperare che un altro ci venga a salvare. Allora si grida «aiuto!», come il naufrago che scorge una nave.
Purché, naturalmente, si ammetta l'esistenza di Dio, e si accetti di avere a che fare con Lui. Mia madre mi raccontava che, durante un bombardamento, un'infermiera che non riusciva a pregare le chiese di farlo per lei: anche questo è preghiera. Chiedete a chi può di pregare per voi, andate in un convento con questa precisa intenzione, oppure chiedete a un sacerdote di celebrare una Messa per voi: è più importante di quanto non sembri. Anche se quelli a cui lo chiedete si scordano di farlo, voi avrete pregato lo stesso, perché avete chiesto qualcosa a Dio per mezzo loro. Non c'è nessuno, dunque, che non possa pregare, se lo vuole davvero; anche se non ha la fede e non sa come mettersi alla presenza di Dio. Per questo Cristo ci dice di pregare sempre, senza stancarci mai.
Facile e impossibile

sabato 6 maggio 2017

LE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE - Istruire gli ignoranti, consigliare i dubbiosi, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti - del card. Giacomo Biffi



Vorrei confidare qualche mio sparso pensiero sull'elenco delle così dette "opere di misericordia spirituale", che mi pare oggi il più sbiadito nella coscienza comune. Come giacciono nei vecchi catechismi, scritti quando ancora si chiamavano ingenuamente le cose con il loro nome, ci appaiono un po' ruvide e spigolose. Forse perché la nostra anima, per così dire, si è fatta più delicata e irritabile.
Rileggiamole (ci permettiamo di invertire l'ordine tradizionale delle prime due opere, sulla scorta del Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2447, per facilitare la logica del discorso):
1. Istruire gli ignoranti
2. Consigliare i dubbiosi
3. Ammonire i peccatori
4. Consolare gli afflitti
5. Perdonare le offese
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

TUTTI DESTINATARI
A differenza delle opere di misericordia corporale, dove (di solito, se non sempre) chi dà da mangiare non è affamato e chi patisce la fame non è in condizioni di dar da mangiare, qui il benefattore e il beneficiario non sono adeguatamente distinti. Anzi è buona regola non distinguerli affatto: di queste "opere" siamo tutti destinatari. E' bene quindi che ciascuno di noi si consideri al tempo stesso "istruttore" e "ignorante", saggio consigliere e dubbioso, paladino della giustizia e peccatore, capace di consolare e desideroso di consolazione, chiamato a perdonare le offese e offensore, deciso ad aver pazienza e sempre sul punto di farla perdere agli altri, intercessore a favore di tutti presso Dio e bisognoso della preghiera fraterna di tutti. Solo mantenendoci in quest'ottica possiamo sperare di intraprendere un esame fruttuoso delle "opere" che ci vengono raccomandate.


I NOSTRI COMPITI PROPRI


Il discorso sulle "opere di misericordia spirituale" assume poi una rilevanza e un'attualità eccezionale, se è volto a chiarire quale sia l'indole propria della solidarietà che la Chiesa come tale deve esercitare nei confronti dell'umanità. Nessun dubbio che l'amore cristiano, suscitato e sorretto dall'Eucaristia, debba esprimersi anche nell'offrire ai più sfortunati, per quel che è possibile, un apporto valido perché risolvano positivamente i loro problemi esistenziali primari e possono godere di uno stato conforme alla loro dignità di persone. Guai se la Chiesa lo dimenticasse. Ma guai se riducesse a questo la sua azione nel mondo. Guai a noi se a poco a poco finissimo col pensare alla Sposa di Cristo come a una sorta di ente assistenziale o come a un surrogato e a un coadiuvante della Croce Rossa Internazionale. Il pericolo di questo inconscio travisamento non è oggi irreale, favorito com'è dagli interessi delle potenze mondane e anche dalla nostra preoccupazione di essere un poco accettati dalla cultura dominante. Certamente la comunità cristiana va continuamente spronata alla generosità anche in questi settori: è la parola stessa di Gesù ad ammonirci in tal senso (cfr. Mt 25,31-46). Ma di fronte alla sempre soverchiante miseria umana, non deve nutrire complessi di colpa non pertinenti. Va detto con molta chiarezza che direttamente e per sé non tocca a noi risolvere alla radice i problemi sociali: sarebbe integralismo pensarlo, sarebbe addirittura il tentativo illegittimo di affiancarsi alla società civile, pretendendone gli stessi compiti statutari e le stesse responsabilità. Alla comunità cristiana tocca - ed è dovere amplissimo ed esigentissimo - l'impegno di tradurre ogni giorno la sua fede, secondo quanto in concreto le è dato, in un'azione di carità che raggiunge i fratelli in ogni loro situazione e in ogni loro effettiva necessità. Sotto questo profilo, l'indugiare un poco sulle così dette "opere di misericordia spirituale" sarà forse di qualche utilità a mantenere nel giusto equilibrio la nostra visione della presenza operativa dei cristiani e anzi ricordare ciò che è in maniera più immediata, inerente alla missione della Chiesa nel mondo.


1) ISTRUIRE GLI IGNORANTI


Ignorante non vuol dire senza cultura e senza erudizione. Ignorante è chi non conosce proprio le cose che più dovrebbe conoscere, e può essere anche un professore universitario o un famoso scrittore. Si evoca qui la strana condizione dell'uomo, e specialmente dell'uomo di oggi, che sa tutto tranne le cose che contano, che conduce a termine le indagini più complicate ed è muto davanti alle domande fondamentali e più semplici, che è in grado di andare a raccogliere i sassi della luna e non può dirsi che cosa è venuto a fare sulla terra. Ignorare quale sia il significato del nostro stesso vivere; ignorare quale sia il destino che alla fine ci aspetta; ignorare se la nostra venuta all'esistenza abbia come premessa e come ragione un disegno d'amore oppure una casualità cieca: questa è la notte assurda che implora oggettivamente di essere rischiarata. Il primo e più grande atto di carità che possa essere compiuto verso l'uomo è quello di dirgli le cose come stanno. Che vuol dire anche svelargli la sua autentica identità. Questa è la prima misericordia che la Chiesa esercita - deve esercitare - nei confronti della famiglia umana: l'annuncio instancabile della verità. La salvezza dei nostri fratelli direttamente e per sè non sarà tanto il frutto della nostra affabile capacità di ascolto e di dialogo (cosa importante però e da non trascurare), ma della verità divina proclamata senza scolorimenti e senza mutilazioni. Gesù ha connesso il dono della sua carne e del suo sangue con l'accoglienza della sua parola, anche di quella più difficile da accettare. Il discorso eucaristico di Cafarnao provoca, più di ogni altro nel Vangelo, il rifiuto di molti: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?" (Gv 6,60). Ma il Signore non ritiene che in questo campo si possano dare sconti agevolanti: "Forse anche voi volete andarvene? Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6, 67-69).

Sant' Antonio di Padova Sacerdote e dottore della Chiesa - Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231


 
Statua di Sant'Antonio di Padova - Chiesa Sant'Antonio Abate Sassari

SANT'ANTONIO di Padova, noto anche come Antonio da Lisbona, con riferimento alla sua città natale, è «uno dei santi più popolari in
tutta la Chiesa cattolica, venerato non solo a Padova, dove è stata innalzata una splendida Basilica che raccoglie le sue spoglie mortali, ma in tutto il mondo. Sono care ai fedeli le immagini e le statue che lo rappresentano con il giglio, simbolo della sua purezza, o con il Bambino Gesù tra le braccia, a ricordo di una miracolosa apparizione menzionata da alcune fonti letterarie. Antonio ha contribuito in modo significativo allo Sviluppo della spiritualità francescana, con le sue spiccate doti di intelligenza, di equilibrio, di zelo apostolico e, principalmente, di fervore mistico» (Benedetto XVI, Udienza generale del 10 febbraio 2010).
Il futuro sant'Antonio nasce il 15 agosto 1195, a Lisbona. Al Battesimo, riceve il nome di Fernando. Suo padre, Don Martin de Bulhoés, che discende da Goffredo di Buglione, lo destina al mestiere delle armi. Fernando trascorre la sua infanzia presso la madre, Dona Teresa, la cui tenerezza si manifesta attraverso un profondo affetto verso i suoi e una costante attenzione a far loro piacere. Ella gli comunica una tenera devozione nei confronti della Santa Vergine. Così si formano nella sua anima le virtù di mitezza, di umiltà, di amore nel sacrificio, che lo faranno amare da tutti.
Egli scriverà in seguito: «Mite è colui il cui animo non è affetto da irritazione e che, nella semplicità della sua fede, è in grado di sopportare con pazienza ogni offesa. Quelli di fuori si agitano contro di me, ma io, nel mio cuore, mantengo la pace.» Fino all'età di quindici anni, segue degli studi presso la scuola capitolare di Lisbona. Un giorno in cui si trova inginocchiato sui gradini dell'altare, gli appare il demonio sotto una forma spaventosa. Pieno di una fede intrepida, il ragazzo traccia sul pavimento una Croce, il Cui marchio s'imprime nel marmo che si ammorbidisce a contatto con questa carne così debole ma così pura. L'effetto è immediato: il demonio scompare subito. Questa croce è visibile ancora oggi nella cattedrale.
Le tre armi

venerdì 5 maggio 2017

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo - 1Pt 2, 20-25 - Siete tornati al pastore delle vostre anime.



1Pt 2, 20-25

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché,
non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore
e custode delle vostre anime.

Parola di Dio
Riflessione personale

Gesù oggi ci chiama ad affrontare le sofferenze ingiuste con pazienza e a non stupirci se, pur comportandoci bene, soffriamo ingiustamente.
A volte mi viene da chiedere a Gesù il senso della sofferenza, ma poi guardando Lui sulla Croce penso: "Invece di fare domande a una persona morta per me, forse dovrei cercare di partecipare alle Sue sofferenze". Lui infatti ha voluto morire per salvare me, ecco la risposta alle mie sofferenze ingiuste! L’unica via della mia salvezza è nel seguire le Sue orme.
Sopportando con pazienza e serenità le sofferenze che di tanto in tanto bussano alla mia porta, partecipo alla passione di Gesù, sia per il mio bene sia per la salvezza di tante anime disperate. Soffrendo con amore mi faccio in qualche modo carico del mio peccato e di quello del mondo, naturalmente nella misura che posso e che Dio permette.
In questo tempo così difficile in cui Dio sembra quasi non esistere o è ignorato e offeso, c’è bisogno di persone che soffrano per amore di Cristo. La Croce, portata in modo silenzioso, porta più anime in Cielo di tante belle parole dette con troppa facilità da molti che di Cristo hanno solo l’abito; la fede si trasmette soprattutto con la vita di chi, seguendo Gesù, diventa un Vangelo vivente!
Soffrire!!!… sembra che i cristiani per essere considerati amici di Gesù debbano per forza soffrire; diciamo pure che più o meno è proprio cosi… Lo dicono i Santi: "Soffri per la povertà? Soffri per malattia? Soffri per le calunnie? Soffri per le maldicenze?… Perfetto! Allora sei sulla strada che porta al Paradiso."! Certo che con queste prospettive molti se la danno a gambe levate, ma io dico che non sanno quello che si perdono!
Attenzione… non ha nessun senso annunciare un Gesù diverso, un Gesù tutto “miele”, ignorando il Vangelo della sofferenza solo per incontrare il favore del mondo o solo per avere qualche amico in più e qualche sofferenza in meno. Un giorno dovremo rendere conto al Signore delle anime che, per il nostro comportamento, per il nostro buonismo, sono rimaste scandalizzate e forse si sono dannate.
Quindi, le sofferenze ingiuste accettate con amore sono delle opportunità che il buon Dio ci da per amare di più e per amare come Lui ha amato. Padre Serafino, un monaco a me tanto caro, un giorno mi ha scritto queste parole: Le contraddizioni possono servire per amare di più e meglio. Occorre viverle con grande fede e prenderle dalle mani di Dio. Allora si sperimenta davvero che “tutto è grazia”… “l’imperfezione degli altri ci fa esercitare la pazienza, la misericordia, la pietà. In fondo noi cresciamo veramente solo a causa delle imperfezioni degli altri, perché dovendo esercitare la carità siamo costretti ad uscire da noi stessi. Coloro che ci fanno soffrire sono, in ultima “ratio” coloro che ci fanno crescere nella dimensione della carità. Se andassimo d'accordo alla perfezione con tutti e se tutti ci lodassero e stimassero al cento per cento, forse resteremmo chiusi nel nostro senso di perfezione e rimarremmo ingannati da noi stessi”. Stupendo!!!