domenica 31 gennaio 2016

AMORE INVINCIBILE - Chi ama Gesù Cristo, lo ama anche nelle prove più dure - Capitolo XVII – Tratto da “Pratica di amar Gesù Cristo” di Sant'Alfonso Maria de Liguori



La carità tutto sopporta (1 Cor 13, 7)

Le prove che in questa vita maggiormente tormentano le persone che amano Dio non sono tanto la povertà, le malattie, i disprezzi, le persecuzioni, quanto le tentazioni e le desolazioni di spirito.
Infatti a una persona che gode dell'amorosa presenza di Dio, tutte le sofferenze, infermità e maltrattamenti degli uomini, più che affliggerla, le sono motivo di consolazione, perché le offrono l’occasione di testimoniare a Dio il proprio amore; sono come legna per alimentare il fuoco dell’amore.
Le tentazioni, invece, spingono alla perdita della grazia e le desolazioni creano il timore di averla già perduta. E, dunque, sono prove, queste, troppo dure per chi ama veramente Gesù Cristo.
Tuttavia, lo stesso amore dà la forza di sopportarle con pazienza e di proseguire nel cammino della perfezione.
Le tentazioni
Per una persona che ama Gesù Cristo non c’è tormento più atroce delle tentazioni. Mentre, infatti, tutte le altre prove, accettate con rassegnazione la uniscono maggiormente a Dio, le tentazioni la spingono a peccare, a separarsi da Cristo.
Dobbiamo però precisare subito che, sebbene tutte le tentazioni che inducono al peccato non vengano mai da Dio, ma dal demonio o dalle nostre cattive inclinazioni: «Dio, infatti, non tenta nessuno» (cf. Gc 1, 13), tuttavia il Signore, a volte, permette che le persone sue predilette siano fortemente tentate. Perché?

O BUON SAN GIUSEPPE – Capitolo 52 – Tratto da “Il Bambino nascosto di Medjugorje di suor Emmanuel


 
San Giuseppe con Gesù Bambino


San Giuseppe è il presidente celeste del nostro apostolato per Medjugorje. Per portarlo a buon fine ci occorreva questo Santo efficace, pieno d’amore e... di umorismo!
 
Il gattino
Nel 1998, durante una missione in Polonia, i miei amici mi hanno raccontato questo fatto: durante la seconda guerra mondiale, alcune suore polacche avevano un orfanotrofio nella loro città. Il popolo era poverissimo e queste suore vivevano di provvidenza. Un giorno viene a mancare il latte per gli orfani e ciò ne minaccia gravemente la salute. Che fare? In questa situazione di indigenza,la Madre Superiora chiede alla cuoca, Suor Ewa, di scrivere una petizione a san Giuseppe e di metterla dietro alla sua icona, secondo l’usanza della comunità. Ma, davanti al foglio bianco, Suor Ewa è molto in imbarazzo. Come rappresentare il latte, anch’esso bianco?

venerdì 29 gennaio 2016

Dal secondo libro di Samuèle - 2Sam 12, 1-7. 10-17 - Ho peccato contro il Signore.


 
 2Sam 12, 1-7. 10-17

In quei giorni, il Signore mandò il profeta Natan a Davide, e Natan andò da lui e gli disse: «Due uomini erano nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero, mentre il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia. Un viandante arrivò dall’uomo ricco e questi, evitando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso quanto era da servire al viaggiatore che era venuto da lui, prese la pecorella di quell’uomo povero e la servì all’uomo che era venuto da lui».
Davide si adirò contro quell’uomo e disse a Natan: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata». Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo! Così dice il Signore, Dio d’Israele: “La spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Urìa l’Ittita”. Così dice il Signore: “Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che giacerà con loro alla luce di questo sole. Poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole”».
Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il Signore!». Natan rispose a Davide: «Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai. Tuttavia, poiché con quest’azione tu hai insultato il Signore, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a casa.
Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Urìa aveva partorito a Davide e il bambino si ammalò gravemente. Davide allora fece suppliche a Dio per il bambino, si mise a digiunare e, quando rientrava per passare la notte, dormiva per terra. Gli anziani della sua casa insistevano presso di lui perché si alzasse da terra, ma egli non volle e non prese cibo con loro.

Parola di Dio


Riflessione

Questa lettura è anche una lezione per tutte le persone che si sdegnano troppo in fretta per il comportamento dei fratelli. Dietro la storia di un adulterio, un peccato evidente e da condannare, si cela un comportamento altrettanto deplorevole e da non sottovalutare... lo SDEGNO!!! Purtroppo, spesso, osservando il comportamento di un fratello troviamo solo difetti, allora ci sdegniamo prontamente; ma, prima di storcere il naso con chi sbaglia, sarebbe più opportuno guardare dentro noi stessi, farci un bell'esame di coscienza e vedere se il nostro cuore è abitato da un inquilino particolare... il VELENO. Tutti, chi più chi meno, abbiamo del veleno nel cuore... in alcuni è maggiore e in altri, grazie alla preghiera, è tramortito, ma c'è sempre. Solo una persona perfetta può sdegnarsi: Dio... e, come sappiamo, noi diamo a Lui ogni giorno buoni motivi per sdegnarsi... Dio è giudice giusto, ogni giorno si accende il suo sdegno” (Sal 7, 12).
Andiamo per ordine...

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 4, 35-41 - Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?



In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore
Riflessione

Nel Vangelo di oggi Gesù ci fa una bellissima esortazione: «Passiamo all’altra riva»... Ma noi, siamo disposti a cambiare rotta? Siamo disposti a modificare i nostri piani, le nostre abitudini, i nostri comportamenti, i nostri pensieri, la nostra serenità apparente, i nostri desideri? Abbiamo il coraggio di prendere Gesù nella nostra vita così com'è, senza sé e senza ma? Ascoltiamo sempre la Sua voce o quando la Parola si fa dura, facciamo le orecchie da mercante e ci ribelliamo?... “...lo presero con sé, così com’era, nella barca”... La realtà è che vogliamo un Gesù a nostra immagine... Vogliamo le Sue coccole, ma non i Suoi ceffoni... vogliamo le Sue consolazioni ma non le afflizioni o le prove... vogliamo tutto senza rinunciare a nulla... come si dice: vogliamo la botte piena e moglie ubriaca... vogliamo, insomma, stare sempre sul monte Tabor.
Quanto è facile dire di amare Gesù nei momenti di quiete... il bello è amare Lui nelle prove, quando tutto ti va storto, quando tutto ti sembra impossibile e assurdo... Ma l'uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Salmo 49, 13). Come non dare ragione al salmista!!!

“TU MI SCRUTI E MI CONOSCI... TU SAI” (SL 138) – Tratto da “Abbandonarsi a Dio: il segreto della pace del cuore” di padre Pierluigi Chiodaroli (Padre del Foyer de Charité Salera - EMARESE -AO )



Padre mio,
io mi abbandono a Te
fa’ di me ciò che ti piace;
qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto,
accetto tutto,
purché la tua volontà
si compia in me
ed in tutte le tue creature;
non desidero niente altro, mio Dio.
Rimetto la mia anima nelle tue mani,
te la dono, mio Dio,
con tutto l'amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me una esigenza d'amore
il donarmi,
il rimettermi nelle tue mani,
senza misura,
con una confidenza infinita,
perché tu sei il Padre mio
(Dalle Preghiere di Charles de Foucauld).


Io non temo più Dio, lo amo. Perché l'amore scaccia il timore (1Gv 4, 18)”. Queste parole appartengono alla collezione dei detti di Sant'Antonio del deserto .
Queste parole di Antonio il Grande mettono di nuovo davanti ai nostri occhi l'icona del bimbo svezzato in braccio a sua madre del Sl 130. Quando sei in braccio alla mamma ti senti protetto e difeso: sei in pace, perché vivi la consapevolezza della gratuità di ciò che ti viene dato e ogni possibile sospetto svanisce, ogni paura viene meno.
Per questo che è necessario diventare come bambini . È una condizione indispensabile per avere la pace e viverla. Di qui nasce spontanea una domanda, che assomiglia a quella che Nicodemo faceva a Gesù pur senza esprimerla esplicitamente: che cosa devo fare? Si tratta di una domanda legittima, ma prima, secondo me, occorre farsene un'altra: ho il desiderio di lasciarmi mettere in discussione, di lasciarmi ribaltare la vita? Voglio costruire una torre O soltanto una capanna ? 

Inno alla Carità,






Inno alla Carità,

Posso parlare le lingue del mondo,
ma senza l'amor nulla vale.
Posso conoscere tutti i misteri,
ma senza l'amor nulla vale.
Posso donare le mie ricchezze,
ma senza l'amor nulla vale.
Posso bruciare anche il mio corpo,
ma senza l'amor nulla vale.
L'amore è benigno e paziente,
l'amore non è invidioso.
L'amore è umile e buono,
non cerca il proprio interesse.
L'amore non si adira mai,
non tiene conto del male;
non si compiace dell'ingiustizia,
ma cerca la Verità.
L'amore, poi, copre ogni cosa;
sempre dimostra fiducia.
L'amore spera oltre la Morte,
con calma tutto sopporta.
Scompariranno le Profezie
assieme a tutta la Scienza,
però l'Amore non avrà fine
e la più grande Virtù
è l'AMORE.

giovedì 28 gennaio 2016

MARTA ROBIN, MISSIONE “SUICIDIO» - Capitolo 76 - Tratto da " Il Bambino nascosto di Medjugorje " di suor Emmanuel


Marta Robin (1902-1981)


Cari figli... Desidero avvicinarvi Sempre più a Gesù e al suo Cuore ferito, perché siate capaci di capire l'amore senza misura che è dato per ognuno di voi. Per questo, cari figli, pregate, perché dai vostri cuori sgorghi una fonte di amore su ogni uomo e su quelli che vi odiano e vi disprezzano; così, con l'amore di Gesù, sarete capaci di vincere ogni miseria in quel mondo di dolore, che è senza speranza per quelli che non conoscono Gesù” (25.II.1991).
 
Avevo già avuto il privilegio di incontrare Marta personalmente in quattro occasioni. Una quinta volta, padre Finet mi ha portata con sé per assistere alla Comunione settimanale di Marta. Un membro del Foyer ci accompagnava. Nell’intimità di questo avvenimento grandioso, abbiamo semplicemente pregato un Rosario dopo aver espresso alcune intenzioni molto importanti per la Chiesa e per il mondo. La Comunione di Marta si è svolta in un silenzio adorante, poi ci siamo ritirati. Lo sapevamo: Marta andava in estasi non appena riceveva l’ostia. Era vietato pregare con lei i misteri dolorosi, poiché questo la faceva andare in estasi immediatamente, e un’estasi dolorosa.
Quel giorno Marta mi ha fatto toccare con mano quello che doveva divenire più tardi il mio pane quotidiano a Medjugorje: capire quanto il soprannaturale sia naturale per coloro che amano Dio!

mercoledì 27 gennaio 2016

Maria Valtorta - QUADERNO N° 1 dal 28 maggio al 1° giugno 1943




Mattina del 28 maggio, venerdì.

Dice Gesù:
«Questa è una lezione tutta per te. Io sono il tuo Maestro e tu lo riconosci. Questo tuo riconoscimento mi dà gioia. Ma voglio che tu riconosca tutta la profondità di quello che faccio in te. Molte cose ti ho insegnato e molte ancora te ne insegnerò perché sei ancora molto lontana dall’essere come Io ti vorrei. Una delle ultime cose insegnate è stata la potenza del silenzio. Te l’ho fatta capire mostrandoti.
Ma che faccio davanti ai miei accusatori di ora e di un tempo, davanti a Pilato, e ai Pilati, che non mi accusano e, umanamente, non mi vogliono male, ma che non mi difendono per paura. Ho visto che tu hai capito quella lezione e che eri desiderosa di imitarmi, pure riconoscendo che da te sola non ci saresti mai riuscita. Questo tuo desiderio a questa tua umiltà mi hanno indotto ad operare. Io opero sempre quando vedo la disposizione di uno ad essere operato. Non sono soltanto Maestro; sono anche Medico e so, come medico, che nessuna visita e nessuna diagnosi sono sufficienti a guarire se il malato si rifiuta di assoggettarsi al medico.

DOBBIAMO AVERE FIDUCIA IN DIO, QUANDO SIAMO COLPITI DA PAROLE CHE FERISCONO - L'Imitazione di Cristo - Capitolo quarantaseiesimo – Libro III




PAROLE DEL SIGNORE
Figlio, sta' saldo e spera in Me. Che altro sono le parole, se non parole? Volano per l'aria, ma non scalfiscono la pietra. Se sei colpevole, pensa di buon animo ad emendarti; se non sei consapevole d'alcuna colpa, sopporta volentieri ogni contrarietà, per amore di Dio. Non è una gran cosa che tu sopporti, almeno qualche volta, delle parole pungenti, tu, che ancora non sei capace di reggere a gravi percosse. E perché cose tanto piccole ti arrivano fino al cuore, se non perché sei ancora legato alla carne e badi agli uomini più del necessario? Evidentemente, perché temi d'essere disprezzato, non vuoi essere ripreso per i tuoi errori e cerchi scuse per metterli al coperto.
Ma esaminati meglio, e riconoscerai che dentro di te sono ancora vivi il mondo ed il vano desiderio di piacere agli uomini. lnfatti, codesta tua ripugnanza ad essere tenuto in poca considerazione e ad essere umiliato per i tuoi difetti, è una chiara dimostrazione che non sei veramente umile, che non sei veramente morto al mondo e che per te il mondo non è stato crocifisso. Ma ascolta la mia Parola e non darai importanza nemmeno a diecimila parole degli uomini. Ecco, anche se contro di te si dicesse tutto quello che la più perfida malizia può inventare, quale danno ti farebbe questo, quando tu lo lasciassi del tutto correre e ne facessi conto non più che d'una pagliuzza? Ti si potrebbe, forse, strappare anche un solo capello? Ma chi non è raccolto nell'intimo del suo cuore e non ha Dio davanti agli occhi, si lascia turbare facilmente per una parola di biasimo.

domenica 24 gennaio 2016

Dagli Atti degli Apostoli - At 9,1-22 - Egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni




 At 9,1-22


In quei giorni, Saulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via.
E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».
Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Saulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda.
C’era a Damasco un discepolo di nome Ananìa. Il Signore in una visione gli disse: «Ananìa!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va’ nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco, sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». Rispose Ananìa: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l’autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore gli disse: «Va’, perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».
Allora Ananìa andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono.
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio. E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: «Non è lui che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocavano questo nome ed era venuto qui precisamente per condurli in catene ai capi dei sacerdoti?».
Saulo frattanto si rinfrancava sempre di più e gettava confusione tra i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo.

Parola di Dio
Riflessione

La lettura di oggi inizia con Saulo che minaccia stragi contro i cristiani. Saulo era un giovane che aveva studiato con il maestro Gamaliele ma non aveva mai conosciuto Gesù. Questo non gli impedisce di essere nemico dei Suoi seguaci. Infatti, ha visto e approvato la lapidazione di Stefano, il primo martire. Inoltre, non contento di aver messo in carcere intere famiglie di cristiani, chiede al sommo Sacerdote delle lettere, una sorta di pass, per mettere in prigione tutte le persone di Damasco che seguivano la Via che è Cristo. Queste lettere non assomigliavano certo a quelle di Schindler!!!
Ma mentre era sulla strada per Damasco una luce improvvisa dal cielo lo fa cadere per terra. Diciamo pure che, se fino a quel momento aveva preso a calci chi stava nella “via di Dio”... questa volta la strada ha preso a calci lui... visto che il suo sederino si è sfracellato al suolo!!!

Beato Francesco Zirano Sacerdote francescano, martire - Sassari, 1564 - Algeri, 25 gennaio 1603 - Papa Francesco il 7 febbraio 2014 ha riconosciuto il suo martirio in odio alla fede.



La vita e l’insegnamento di p. Francesco Zirano
Della sua vita abbiamo pochi dati sicuri ma, alcuni, particolarmente eloquenti. Di certo nac­que a Sassari; molto probabilmente nel 1564. Conosciamo il nome della mamma: Margherita, e la data della sua morte, il 1598. Ignoriamo il nome del babbo; di lui indirettamente veniamo a sapere che morì ancora giovane (è la mamma infatti che com­pie atti giuridici, normalmente riservati al marito). Probabilmente fu colpito anch’egli dalla peste del 1582 che, solo nella città di Sassari, fece ventimila vittime. E questa la peste che diede occasione al voto che impegna ancora oggi la municipalità di Sassari ad offrire ogni anno alcuni ceri (i famosi candelieri) alla Vergine Assunta.
Ebbe due sorelle e probabilmente un fratel­lo. Di famiglia povera, ancora giovane fu tuttavia avviato agli studi, cosa molto rara per quei tempi, quasi sicuramente presso il convento di Santa Maria di Betlem, dove a 14 anni, secondo la consuetudine del tempo, fu ammesso al noviziato e a 15 alla pro­fessione.
La sua formazione religiosa e teologica si svolse negli anni in cui, a Sassari, operava come docente e come rinomato oratore p. Francesco Sanna, ministro provinciale negli anni 1583-1587. Sono anni impegnativi anche per la riforma dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali secondo le indicazioni del Concilio di Trento.
Con molta probabilità venne ordinato pre­sbitero il 30 maggio del 1586. Nel frattempo lo ha raggiunto a S. Maria, anch’egli come religioso, il cugino, figlio di una zia materna, fra Francesco Serra; questi avrà molta importanza nelle vicende degli ultimi 13 anni della vita di p. Zirano.
La vita ordinata e laboriosa del convento di Santa Maria nel 1590 viene turbata da un tragico episodio: fra Francesco Serra, il cugino di p. Zirano, mentre è in viaggio, viene rapito e ridotto in schia­vitù dai corsari turchi che in Algeri hanno la base per le loro incursioni.

venerdì 22 gennaio 2016

San Francesco di Sales - Thorens, Savoia, 21 agosto 1567 - Lione, Francia, 28 dicembre 1622 , la cui memoria si celebra il 24 gennaio nel giorno della sua deposizione ad Annecy - Tema: Bontà - Dolcezza - Apostolato presso i calvinisti - Vita spirituale dei laici - Ordine della Visitazione - Trattato dell'Amore di Dio



Re Enrico IV chiamava san Francesco di Sales “la fenice dei vescovi”, perché, diceva, “è un uccello raro sulla terra”. Dopo aver rinunciato ai fasti di Parigi e alle proposte reali di una sede episcopale prestigiosa, Francesco di Sales divenne il pastore instancabile della sua terra savoiarda, che amava sopra ogni cosa. Lasciandosi guidare dai Padri della Chiesa, egli attingeva dalla preghiera e da una grande conoscenza meditata della Scrittura la forza necessaria a compiere la sua missione e guidare le anime a Dio (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera al Vescovo di Annecy, 23 novembre 2002).
Francesco di Sales nasce il 21 agosto 1567, in una famiglia cattolica della nobiltà savoiarda, nel castello di Sales, a una ventina di chilometri a nord di Annecy. È il maggiore di sei fratelli e sorelle. I suoi genitori seguono il principio educativo di spiegare le ragioni di ciò che esigono, perché l’obbedienza dei loro figli sia più consapevole. Molto presto, il bambino impara a servirsi di una spada, ma anche a fare l’elemosina ai poveri: se sente un povero che chiama, lascia la tavola per portargli una parte del suo pasto. Tuttavia, non è perfetto: un giorno, entra in cucina, nonostante il divieto ricevuto, e chiede al cuoco un piccolo pâté succulento ma ancora fumante. Il bruciore che sente non gli impedisce di portarlo in mano e di mangiarlo. Va quindi a farsi curare da sua madre senza rivelarle la causa di questa scottatura.
«Memorare!»

giovedì 21 gennaio 2016

Il senso del peccato – Don Divo Barsotti (2 ottobre 1966)


Il mondo moderno ha perso il senso del peccato. L'uomo sembra che non abbia più altra libertà che quella di seguire spontaneamente la sua natura. Non so se ha acquistato l'innocenza dell'animale: è certo che nessuno, praticamente, nel mondo di oggi sente vivo il bisogno di una liberazione da se stesso. L'uomo si è accettato qual è, e per la sua bruttura non rimprovera più alcuno, nemmeno Dio, perché come ha perso il senso del peccato, così ha perso il senso di Dio. L'uomo è solo in un mondo vuoto e non vi è legge che egli debba realizzare. Forse mai l'umanità si è trovata a un tale abisso di perversione morale, forse mai l'umanità è caduta così in basso: non perché oggi si commettano maggiori peccati di ieri, ma perché oggi non si sa, non si avverte, non si ha più coscienza nemmeno del male nel quale siamo impastati. L'uomo si accetta così come è e non aspetta nessuna redenzione, e non crede più in alcuna salvezza. È pauroso il senso della vita che è proprio dell'uomo di oggi. Si identifica la materia allo spirito e Dio al mondo; e non vi è più luce di libertà, non vi è più luce di bellezza spirituale per l'uomo.

domenica 17 gennaio 2016

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 2, 1-11 - Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù.



 
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Parola del Signore

Riflessione

Gesù è invitato a una festa di nozze e in questa occasione compie il Suo primo miracolo... Trasforma l'acqua in vino; oggi, le cooperative vinicole lo assumerebbero subito!!! Questo è il primo segno che Gesù fà per manifestare la Sua identità e per suscitare la fede nei discepoli di allora e in quelli di oggi. I protagonisti principali di questo Vangelo sono Gesù e la Sua Mamma; dai loro comportamenti e dalle loro parole possiamo trarre molti insegnamenti.
Partiamo dalla Mamma...
Come una vera madre Maria è attenta e premurosa, si accorge subito che è venuto a mancare il vino e chiede a suo Figlio di rimediare a questo spiacevole inconveniente. Maria dunque è la prima che vede quando nella nostra vita manca qualcosa; lei naturalmente non è in grado di cambiare la natura delle cose, quello lo può fare solo Gesù, ma può intercedere per noi e, se lei intercede, Gesù qualcosa farà.
Primo insegnamento: nei momenti di disagio, rivolgiamo il nostro sguardo a questa Mamma dall'intuito formidabile, domandiamole di aiutarci nei nostri bisogni, piccoli e grandi, e in ogni nostra difficoltà, ma sopratutto di essere attenta alle necessità di cui nemmeno ci rendiamo conto, impariamo poi da Lei ad essere più attenti a tutto ciò che ci circonda... impariamo da Lei ad abbandonarci a Gesù senza pretese e senza impazienze. Maria accetta infatti anche una risposta forse un pochetto dura da parte del Figlio: “Donna, che vuoi da me?...”. Aver messo al mondo il Verbo non la fa sentire detentrice di privilegi, accetta quindi che il Suo Gesù da Sua creatura diventi il Suo Creatore. Maria si mette da parte... “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”...

venerdì 15 gennaio 2016

Sant' Antonio abate - Coma, Egitto, 250 ca. – Tebaide (Alto Egitto), 17 gennaio 356 - Le Lettere





Prima Lettera

1. Prima di ogni cosa, cari figli, Antonio vi sa­luta nel Signore. Credo che uomini e donne, che la grazia di Dio chiama alla predicazione per mezzo del Verbo, appartengano a tre generi di persone. Il primo è costituito da coloro che sono chiamati dalla legge naturale dell’amore posta fin dalla creazione nella loro anima. Quando so­no stati toccati dalla parola di Dio, senza alcun indugio, l’hanno seguita sollecitamente. Così ac­cadde per il nostro progenitore Abramo. Quando Dio vide che egli l’amava per la legge naturale dell’amore, gli apparve e gli disse: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo pa­dre, verso il paese che io ti indicherò» (Gen 12,1). Abramo senza alcuna esitazione si mostrò pronto alla chiamata. Egli è stato la figura della prima vita di questa istituzione che ancora oggi dura in quanti seguono le sue orme: se si adoperano con zelo cercando il timore di Dio nella pazienza e nella pace, ricevono lode per il loro comporta­mento perché disposti a seguire l’amore di Dio. Questo è il primo genere di vocazione.
Ecco il secondo: alcuni sentono che la legge scritta afferma che vi sono supplizi di ogni specie per i peccatori e sante promesse per coloro che portano frutto nel timore di Dio. Questa testimo­nianza della legge desta in loro il pensiero di ob­bedire alla vocazione. Così attestò Davide: «La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima» (Sal 18,8) e ancora: «La tua parola nel rivelarsi illumina, do­na saggezza ai semplici» (Sal 118,130). Non mancano molti altri passi, ma non possiamo citarli tutti.
Infine, il terzo genere di vocazione. Alcuni dapprima sono stati duri di cuore e hanno perse­verato nel peccato, ma Dio, per la sua misericor­dia, manda loro delle prove per emendarli per­ché, vinti da queste prove, abbiano coscienza delle loro colpe, si pentano, si convertano, ascol­tino la parola, se si sono pentiti sinceramente, e compiano anch’essi opere meritevoli come quelli di cui abbiamo parlato prima. Questi sono i tre modi con cui gli uomini si incamminano sulla strada della conversione fino a ottenere la grazia e la vocazione di figli di Dio.

martedì 12 gennaio 2016

Dal primo libro di Samuèle - 1Sam 3, 1-10.19-20 - Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta.


 


In quei giorni, il giovane Samuèle serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti.
E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio.
Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire.
Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore.
Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane.
Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».
Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuèle era stato costituito profeta del Signore.

Parola di Dio

Riflessione

Nella lettura di oggi incontriamo due personaggi particolari e molto diversi tra loro... Eli e Samuele. Un ministro di Dio e un “seminarista” alle prime armi: un cuore vecchio e un cuore nuovo.
Eli era un sacerdote che aveva dedicato la sua vita a Dio, ma che evidentemente, con il tempo, aveva smesso di amare, si era cullato sugli allori e sperava di vivere tranquillo, inoltre, non era riuscito ad educare come si deve i figli, i quali vivevano tra immoralità e scandali.
Samuele era un dono di Dio e fin dal grembo era stato promesso da sua madre al Signore. Nel momento della sua chiamata, Samuele ormai fanciullo si trovava già nella casa di Dio per crescere nella Sua conoscenza. E' lì che Dio si è manifestato... La vocazione quindi non nasce per caso, ma è scritta nel libro della nostra vita. Dio ha un progetto per ognuno di noi prima che veniamo al mondo. Ognuno di noi ha un compito, una vocazione, Dio ripone in noi tanta speranza e vuole la nostra collaborazione per realizzare il Suo grande progetto d'amore. Lui vorrebbe ottenere da tutti una disponibilità totale, vorrebbe che ci abbandonassimo fra le Sue braccia, vorrebbe che aprissimo gli orecchi per ascoltare cosa Lui ha da dirci. Lui ci fa ascoltare la Sua dolce voce di innamorato, ci chiama per nome, bussa continuamente alla porta del nostro cuore, aspetta e sopporta i nostri rifiuti, le nostre infedeltà, i nostri capricci, la nostra cecità, il nostro sonno... “..Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere”... Quanti cristiani tiepidi nella nostra società!... Quanti consacrati vivono cullandosi nel passato!... Quanti Eli al giorno d'oggi!!!... Quanto è triste vedere, in diverse comunità, persone che non vogliono crescere, che non fanno niente per migliorare, a cui basta quello che hanno imparato, che non hanno più quel fervore che Dio comanda, che pensano di essere a posto, di essere arrivati... Gesù non si merita questo!!! Gesù ha dato la Sua vita per noi... e noi che facciamo?... DORMIAMO!!! Diceva bene don Divo Barsotti in “Meditazione sulla preghiera a Gesù: Non si può, se abbiamo ricevuto una vocazione che ci impegna alla santità, vivere con superficialità; non si può rimandare a domani l'impegno di una santificazione che oggi ci stringe, non possiamo sottrarci a una responsabilità pesante per ciascuno di noi. Si vive così tranquilli: una vita mediocre che sembra realizzare già molto quando noi aggiungiamo alle preghiere abituali un’altra preghiera, quando cerchiamo di esercitare un po’ la pazienza, quando procuriamo di mantenerci fedeli a qualche esercizio particolare di virtù. Ci sembra di far molto? È a Dio che dobbiamo rispondere, a un Amore infinito: tutto quello che noi possiamo fare sarà sempre poco se noi sentiremo davvero che la nostra vita dev’essere una risposta personale a un Amore infinito che ci ha voluti per Sé.

I vari tipi di amicizia: i tre baci di Sant' Aelredo (Etelredo) di Rievaulx ( Hexham (Northumberland, Inghilterra), 1109/10 - 12 gennaio 1166/7)


L’amico, dunque, che nello spirito di Cristo entra in sintonia con un altro amico, diventa con lui un cuor solo e un’anima sola, e così, salendo insieme i diversi gradini dell’amore fino all’amicizia di Cristo, diventa un solo spirito con lui in un unico bacio. Questo era il bacio che un’anima santa desiderava quando diceva: “Mi baci con il bacio della sua bocca”. Consideriamo adesso le caratteristiche di questo bacio carnale, per poter passare dalle cose carnali a quelle spirituali, da quelle umane a quelle divine. La vita dell’uomo si sostenta con due alimenti: il cibo e l’aria. Senza il cibo si può sopravvivere per un po’, ma senza l’aria neanche un’ora. Per vivere, con la bocca inspiriamo aria e la espiriamo. E ciò che viene inspirato o espirato lo chiamiamo “spirito”, o “fiato”. Per questo diciamo che in un bacio due fiati si incontrano, si mischiano e si uniscono. Da qui nasce una sensazione gradevole che stimola il sentimento di quelli che si baciano e li stringe l’uno all’altro. C’è dunque un bacio corporale, un bacio spirituale e un bacio intellettuale. Il bacio corporale si fa unendo le labbra, il bacio spirituale unendo gli animi, il bacio intellettuale con l’infusione della grazia mediante lo Spirito di Dio.
Il bacio corporale

domenica 10 gennaio 2016

La chiamata - Meditazione di Eugenio Pramotton

Passando lungo il mare di Galilea Gesù vede e chiama 

 Mc 1, 16-20 Mc 2, 13-14
 



Gesù significa Dio salva, da questo significato possiamo allora dedurre che:
  1. Il nome Gesù manifesta la condizione fondamentale dell'uomo di fronte a Dio: l'uomo ha un bisogno fondamentale di essere salvato.
  2. Il nome Gesù manifesta l'intenzione fondamentale di Dio nei confronti dell'uomo: Dio vuole salvare l'uomo.
  3. La condizione per incontrare Gesù è riconoscere di avere un urgente bisogno di salvezza.
Passando lungo il mare
Queste parole mostrano come l'iniziativa di andare a cercare l'uomo che si è perduto parte da Dio; così, lungo il mare di Galilea è la Salvezza, è la Luce, è l'Amore dell'uomo che passa. Gesù passa per vedere se c'è qualcuno disposto ad ascoltare ed accogliere il suo richiamo, qualcuno che ha nel cuore una qualche attesa, un qualche desiderio per una salvezza e per un bene che, in fondo, questo mondo non può offrire; e Gesù passa per dare Lui una risposta a questa attesa.
Vide Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, vide Levi
Quel "vide" costantemente ripetuto e associato ai nomi di coloro che Gesù chiama, sta ad indicare come Gesù conosca per nome ognuna delle sue creature e ne conosca la loro vita intima; quel "vide" ci mostra ancora lo sguardo d'amore della Trinità che, mediante Gesù, si posa su ogni uomo.
Mentre gettavano le reti
Lo sguardo di Gesù si volge su Simone e Andrea in un momento ordinario della loro vita e trasforma questo momento ordinario in un momento straordinario, il momento in cui ha inizio la fase decisiva della loro salvezza.
Gesù disse loro: seguitemi

lunedì 4 gennaio 2016

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo - 1Gv 3, 11-21 - Noi siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli.


 1Gv 3, 11-21
 

Figlioli, questo è il messaggio che avete udito da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal Maligno e uccise suo fratello. E per quale motivo l’uccise? Perché le sue opere erano malvagie, mentre quelle di suo fratello erano giuste.
Non meravigliatevi, fratelli, se il mondo vi odia. Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida ha più la vita eterna che dimora in lui.
In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio.

Parola di Dio

Riflessione

Questa lettera di San Giovanni Apostolo tratta un tema molto grande: L'AMORE PER DIO E PER I NOSTRI FRATELLI… e io ho una sorta di timore nel meditare questa lettura. Proverò, con l'aiuto del buon Dio, a balbettare qualcosa, siete avvisati: sono balbettii...
Giovanni ci esorta a guardare l'immensità dell'amore di Gesù, amore che l'ha spinto a dare per noi la sua vita... Se solo ci soffermassimo a pensare come eravamo prima... alla nostra condizione di schiavi, alle nostre tenebre, al nostro vagare senza una meta, senza speranza... forse capiremmo meglio cosa significa essere amati, forse capiremmo cosa significa amare... Dio ha mandato Suo Figlio per aiutarci a diventare anche noi suoi figli e fratelli di Gesù. Per amare come Dio ci ha amato è necessario decidersi ad abbandonare il peccato ed accettare di seguire Gesù, che è Via, Verità e Vita. Solo dopo che ci saremo messi alla sua scuola, dopo aver fatto molti esercizi, riusciremo ad amare i fratelli in modo quasi automatico.