domenica 28 febbraio 2016

IL SOLDO BUCATO





C'era una volta una povera donna rimasta vedova con un figliolino al petto. Era di cattiva salute, e con quel bimbo da allattare poteva lavorare pochino. Faceva dei piccoli servigi alle vicine, e così lei e la sua creatura non morivano di fame.
Quel figliolino era bello come il sole; e la sua mamma, ogni mattina, dopo averlo rifasciato, lavato e pettinato, un po' per buon augurio, un po' per chiasso, soleva dirgli:
- Bimbo mio, tu sarai barone! Bimbo mio, tu sarai duca! Bimbo mio, tu sarai principe! Bimbo mio, tu sarai Re!
E ogni volta che lei gli diceva: tu sarai Re, il bimbo accennava di sì colla testina, come se avesse capito.
Un giorno si trovò a passare proprio il Re, e sentito: Bimbo mio, tu sarai Re, la prese in mala parte, perché non aveva avuto ancora figliuoli e ne era accorato assai.
- Comarina, - le disse - non vi arrischiate più a dire così, o guai a voi!
La povera donna, dalla paura, non disse più nulla. Però quel figliolino, ora che la sua mamma stava zitta, ogni mattina, appena rifasciato, lavato e pettinato, si metteva a piangere e strillare.

sabato 27 febbraio 2016

San Gabriele dell' Addolorata - Religioso - 27 febbraio Assisi, Perugia, 1 marzo 1838 - Isola del Gran Sasso, Teramo, 27 febbraio 1862 - Il santo dei giovani, il santo dei miracoli, il santo del sorriso: con questi tre appellativi è conosciuto San Gabriele dell' Addolorata.



La scelta della vita religiosa per lui fu radicale fin dall'inizio. Aveva trovato finalmente la sua felicità. Scriveva ai familiari: "La mia vita è una continua gioia. Non cambierei un quarto d'ora di questa vita". La sua fu una vita semplice, senza grandi gesta, contrassegnata dall'eroicità del quotidiano, che viveva da innamorato del Crocifisso e della Madonna. San Gabriele è il santo dei miracoli, invocato in ogni parte del mondo come potente intercessore presso Dio.
Sulla sua tomba continuano ad accadere numerosi prodigi e sono tanti coloro che raccontano grazie e guarigioni da lui ottenute. Si contano a migliaia gli ex voto portati dai devoti al santuario in segno di riconoscenza.
San Gabriele è il santo del sorriso. Seppe vivere sempre con gioia ed entusiasmo la sua esistenza. Né le varie sofferenze della sua vita, né la morte in giovane età riuscirono a spegnere il suo sorriso.

venerdì 26 febbraio 2016

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1Cor 10, 1-6. 10-12 - La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta per nostro ammonimento




Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto.
Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono.
Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.

Parola di Dio
Riflessione

Chi legge la storia del popolo di Israele con attenzione, non può non vedere la storia del proprio rapporto con Dio. Anni trascorsi a inseguire sogni, anni trascorsi alla ricerca della felicità, anni trascorsi alla ricerca dei piaceri di questo mondo, e poi, scopri che non ti hanno reso felice; ti rendi conto allora che tanti anni sono fuggiti come il vento e tu non hai concluso un bel niente; ti rendi conto che la tua lontananza da Dio, la tua infedeltà verso il Salvatore, ti ha reso il cuore duro come un macigno.
Eppure, se ci pensiamo bene, il buon Dio era sempre accanto a noi, ci guidava come il popolo di Israele... percorreva con noi la strada, tutti i giorni cercava il nostro amore e noi, imperterriti, cercavamo altro. Ci siamo trovati tante volte ad affrontare tempeste e naufragi, ma se siamo riusciti in qualche modo a venirne fuori, non è stato certo per la nostra bravura, per la nostra capacità di sopravvivenza, ma grazie al sostegno spirituale e materiale di Cristo... Non andate fuori strada, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento” (Gc 1, 16-17). La storia del popolo prediletto, la nostra storia, è un susseguirsi di avvicinamenti e allontanamenti dal Signore, di amore e di odio, di fedeltà e di infedeltà... E' la storia di un Padre paziente che ci aspetta, che ci perdona, che ci punisce, che si commuove... “Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò di vero cuore, poiché la mia ira si è allontanata da loro” (Os 14, 5). E' la storia di tanti figli ingrati, duri di cervice, cechi, sordi e presuntuosi...

giovedì 25 febbraio 2016

L'Amicizia


Poi un giovane disse: Parlaci dell'Amicizia.
Ed egli rispose, dicendo:
Il vostro amico è i vostri bisogni che hanno trovato risposta.
È il vostro campo, che seminate con amore e che mietete con gratitudine.
Egli è la vostra mensa e l'angolino accanto al fuoco.
Perché vi recate da lui con la fame, e lo cercate per avere pace.
Se il vostro amico vi apre la mente, non temete il "no" nella vostra, né trattenete il vostro "sì".
E se lo vedrete silenzioso, il vostro cuore non cessi d'ascoltare il suo cuore;
Perché senza parlare, nell'amicizia, tutti i pensieri, tutti i desideri, tutte le aspettative, nascono e sono condivisi con una gioia priva di clamori.
Non vi attristate, quando vi dividete dall'amico;
Perché le cose che amate di più in lui saranno più evidenti durante l'assenza, come la montagna a chi sale, che è più nitida dal piano.
E non vi sia altro scopo nell'amicizia che l'approfondimento dello spirito.
Perché l'amore che non cerca unicamente lo schiudersi del proprio mistero, non è amore, ma una rete che pesca soltanto cose inutili.
La parte migliore di voi sia per l'amico.
Se egli deve conoscere il deflusso della vostra marea, fate in modo che ne conosca anche il flusso.
Perché cos'è il vostro amico, se andate in cerca di lui per uccidere il tempo?
Cercatelo invece avendo tempo da vivere.
Perché egli è lì per servire al vostro bisogno, non per riempire il vostro vuoto.
E nella soavità dell'amicizia fate che abbondino risa, e piaceri condivisi.
Perché è nella rugiada delle piccole cose che il cuore trova il suo mattino e si ristora.


Tratto da “ Il Profeta “di Gibran Khalil Gibran


PAROLE INUTILI



"L’esperienza della liberazione, per sua natura, non può essere trasmessa mediante le parole, tanto meno a una mente condizionata dall’eccesso di parole".

In una capanna in mezzo al bosco viveva un grande saggio. Quest’uomo per gran parte della sua vita non disse praticamente mai nulla. E, a chi gli chiedeva di esporre il suo insegnamento, rispondeva col silenzio.
Un giorno si volle unire a lui un discepolo, per apprendere la dottrina. Così, passarono insieme diversi anni nel più completo silenzio. Per tutto questo tempo non si parlarono mai. Pian piano, però, il discepolo iniziò a sentire il peso di questo silenzio e il desiderio di parlare si fece sempre più strada in lui.
Un giorno, mentre il sole tramontava all’orizzonte, il discepolo non riuscì a sopportare oltre e senza frenarsi disse:
"Maestro, guardate che meraviglia! Il sole tramonta ed è bellissimo!".
Il saggio gli rispose:
"Sei un chiacchierone! Se sei venuto fin qui per disturbare, è meglio che te ne vada! Le tue parole sono inutili! Occorre forse dire quanto hai detto?".


Parabole Orientali
dal libro "La Via dell’Umorismo, 101 burle spirituali"
di Gianluca Magi - Il Punto d’Incontro


MORIRE E RISUSCITARE - GIOIA DI CREDERE (François Varillon)




Se ci accontentassimo di quanto è stato detto finora, ci scontreremmo inevitabilmente con una temibile obiezione: essere divinizzati è impossibile, perché Dio è esattamente ciò che non si può diventare, e Dio non può l'impossibile. È un errore credere che Dio possa tutto, Dio non può far sì che due e due facciano cinque o sei, non è possibile; affermare questo significa parlare a vanvera. Quando diciamo che Dio è trascendente, diciamo precisamente che egli è tutt'altro, assolutamente altro e che tra lui e noi c'è un abisso rigorosamente invalicabile. Di conseguenza osare affermare che il senso dell'esistenza umana sta nell'essere divinizzati significa dire qualcosa che non sembra possibile.



TRASFORMAZIONE

Ecco perché vi propongo di trasformare la frase: «La nostra vocazione è quella di essere divinizzati» nella frase seguente: «La nostra vocazione è di essere divinamente trasformati». Non si diventa ciò che Dio è avanzando tranquillamente lungo un piano inclinato. Non si sfocia così come si è nella vita stessa di Dio. E’ necessaria una trasformazione radicale. Per diventare ciò che Dio è bisogna che l'uomo sia radicalmente trasformato.

E, così come il leit-motiv della prima conferenza era «NON È...CHE», ora, in questa conferenza sarà: TRANS (o TRAS). Ritroviamo questo prefisso in tras-formazione, tras-figurazione, trans-fert, tras-porto, trans-siberiana, trans-atlantico. Tutte le volte che interviene il prefisso “trans” c'è la morte di qualcosa e la nascita di qualcos'altro. Il viaggiatore che viene trasportato da Parigi a Pau muore a Parigi, alla vita parigina, per nascere a Pau. Quando sarò trasportato da Pau a Lione, morirò alla capitale del Béarn per rinascere nella mia città di Lione. N on esiste «trans» senza la morte a qualcosa e la nascita a qualcosa di nuovo. Ecco perché, se la nostra vocazione è di essere divinizzati, è ineluttabile che il nostro destino si presenti in forma di morte e risurrezione.

È importante definire questi due termini. Quando parlo di morte, in tutto questo capitolo, non mi riferisco semplicemente alla morte che sta alla fine della vita, all'atto dell'esalare l'ultimo respiro. Mi riferisco alla morte a se stessi, la morte al proprio egoismo che si chiama sacrificio. Quando parlo di risurrezione non intendo il ritorno, dopo la morte, alla vita che si possedeva prima di morire. Risuscitare significa passare a una vita completamente diversa.

Quello che vorrei mostrarvi è che il passaggio o il transfert alla vita divina, alla vita stessa di Dio che avviene non solo dopo la morte, ma lungo tutta la vita, implica sempre una morte e una nuova nascita o risurrezione. Scegliamo gli esempi prendendoli dalla vita quotidiana, più semplice. Dobbiamo capire che una crescita non è mai un ingrandire, ma sempre una trasformazione. L'ingrandimento esiste solo nell'ordine dei minerali. Appena si ha

a che fare con un organismo vivente, anche se animale, c'è trasformazione. Prenderò tre esempi, elementari ma, secondo me, molto eloquenti.



BAMBINA CHE DIVENTA DONNA

La donna non è una grossa bambina: una donna che fosse una grossa bambina sarebbe un mostro. Essa diventa tale solo trasformandosi, cioè morendo al suo stato per nascere alla situazione, allo stato di donna adulta.

Tocchiamo qui qualcosa di fondamentale. Se chiedo a una bambina cosa potrei fare per farla contenta, lei risponderà spontaneamente: vorrei essere grande, grande come la mamma. Senza pensare nemmeno per un istante però che questo comporterebbe la rinuncia alle sue bambole, alla sua vita spensierata per passare a qualcosa di assolutamente nuovo, che non può avvenire senza sofferenza. Essa non sa che, per diventare donna, deve morire al suo stato di infanzia per nascere allo stato di adulta.

L'osservazione può sembrare insignificante; in realtà si spinge molto lontano perché contiene un aspetto di ciò che, nel mondo moderno, si chiama il mito. Uno degli aspetti essenziali del mito è che l'uomo ha sempre la tendenza a proiettare nel futuro il presente così com'è, senza trasformazione.

In questo senso possiamo dire che nella Bibbia, a livello dell'espressione, c'è del mito. La Bibbia infatti ci rappresenta la vita eterna come un riposo; e noi tendiamo a immaginare la vita eterna sulla linea di quel riposo a cui aspiriamo, nella nostra vita terrena, quando siamo stanchi. Quando lasciamo le briglie sciolte alla nostra immaginazione, senza correggerla con la riflessione, ci rappresentiamo questa vita eterna come una specie di dolce, eterno far niente. La liturgia, mi direte, ci incoraggia perché, nell'ufficio dei morti, recitiamo: l'eterno riposo dona loro, o Signore. Soltanto che la liturgia presuppone che noi siamo intelligenti, ovviamente!

Un altro modo di rappresentarci la vita eterna è il banchetto, il pranzo di festa perché, nella vita presente, il pasto preso in comune è il segno della fraternità, della pace e della gioia. Parlandoci di banchetto eterno, siamo invitati a proiettare nel futuro il presente così com'è. Questo è tipico del mito, e bisogna riconoscere che la Bibbia, il vangelo stesso, la liturgia hanno aspetti mitici che devono essere sottoposti a seria critica.

Non scandalizzatevi quando vi dico che l'espressione biblica deve essere sottoposta al vaglio della critica. La parola di Dio è una parola umana, Gesù si rivolgeva agli uomini del suo tempo e, nel desiderio di farsi capire, usava i vecchi miti a loro accessibili e comprensibili. Lo specifico della teologia è criticare nel senso buono del termine, cioè di fare la critica, di riflettere, di comprendere cosa sta sotto il mito, in modo tale che la nostra immaginazione non ceda alla tentazione tipicamente infantile di proiettare nel futuro il presente così com'è, senza trasformazioni.

Abbiamo quindi la tendenza a immaginarci la felicità del cielo come un ingrandimento di ciò che quaggiù chiamiamo felicità (il riposo, il banchetto, ecc.), mentre in realtà la felicità del cielo è la felicità stessa di Dio. Essere divinizzati, andare in cielo (come dice il catechismo) non è come scalare una montagna, non è andare in un luogo: è invece partecipare alla vita divina. E Dio non è altro che amore; quindi la vita eterna consiste unicamente nell'amare, nell'uscire da sé, nel non pensare a se stessi, nel non chiudersi e ripiegarsi su se stessi, nel far passare gli altri prima di noi. Questa è la felicità del cielo.



BRUCO CHE DIVENTA FARFALLA

La farfalla non è un grosso bruco, perché la crescita non è mai un ingrossamento. Ma se il bruco avesse una coscienza, e io potessi parlargli, come in una fiaba, gli chiederei qual è il suo sogno. E il bruco mi risponderebbe sicuramente, in modo mitico, che vorrebbe essere il bruco più grosso di tutta la foresta, il re, l'imperatore dei bruchi che, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, potesse regnare su tutti gli altri bruchi della foresta.

Questo meccanismo viene chiamato volontà di potenza; e non è altro che l'amplificazione di ciò che si è, senza trasformazione. Il bruco non sa che, per diventare ciò che è destinato ad essere, deve liberarsi dal suo corpo di bruco e deve rivestirsi di un corpo nuovo. Esso esiste, infatti, solo per diventare farfalla: è questa la sua vocazione. Solo quando sarà diventato farfalla sarà veramente quello che deve essere.



CHICCO DI FRUMENTO CHE DIVENTA SPIGA

E inutile dilungarci su questi esempi elementari, dal momento che Gesù Cristo si è premurato egli stesso, nel vangelo, di scegliere un esempio estremamente eloquente, nel capitolo 12 del vangelo di Giovanni: la storia del chicco di frumento. Gesù non sviluppa questa storia, ma ci è facilissimo farlo. Se qualcuno di voi possiede un po' di talento letterario, gli consiglierei davvero di scrivere la storia del chicco di frumento (una parabola). Il chicco di frumento è perfettamente felice nel suo granaio. Niente pioggia, niente umidità, i piccoli amici del mucchio di grano sono molto gentili: niente litigi, è veramente tutto perfetto. Permettetemi di dire: piccola felicità del chicco di frumento in un granaio. Fate la trasposizione: felicità dell'uomo, onesta agiatezza economica, successo negli affari, buona salute e via di seguito... Certo non dobbiamo disprezzare la felicità umana: auguro a tutti voi di essere felici di questa felicità, felicità di un chicco di frumento nel suo granaio... eppure! piccola felicità a confronto di ciò che dobbiamo essere per tutta l'eternità.

Immagino che questo chicco di frumento sia molto pio; quindi ringrazia Dio: Signore, io ti ringrazio di tutto quello che mi dai, questo benessere che fa sì che io sia così felice nel mio granaio, e mi auguro che tutto questo duri per sempre! Ha ragione di ringraziare Dio. Soltanto, attenzione! Non vorrei che questo chicco di frumento si rivolgesse a un Dio che non esiste! Ebbene io dico: un Dio che fosse soltanto l'autore e il garante della piccola felicità del chicco di frumento nel granaio, anche se questa felicità è assolutamente legittima, un Dio così non esiste, è un idolo. È esattamente il Dio negato da molti atei, nostri contemporanei. Possiamo sostenere che abbiano torto? E se il chicco di frumento si ostina a cantare le sue lodi io prendo la penna e scrivo un trattato per parlare dell'illusione dei credenti.

Un bel giorno il mucchio di grano viene caricato su una carriola e portato in aperta campagna. La campagna è ancora più bella e gradevole del granaio. E così, davanti al cielo azzurro, al sole, ai fiori, gli alberi, le pianure e le montagne, il chicco ringrazia Dio ancora di più: Signore ti ringrazio, tutto questo è talmente bello! Ha ragione, bisogna ringraziare Dio delle cose belle che ci sono quaggiù. Ma è sempre un chicco di frumento: un Dio che facesse in modo che un chicco di frumento resti un chicco di frumento, un Dio che mantenesse il chicco nel granaio, senza nessuna fecondità, un Dio simile non esiste.

Si arriva sulla terra lavorata di recente: il sacco di grano viene rovesciato sul suolo: piccolo brivido, è fresca! Oh, non importa, è una sensazione nuova, piacevole. Ma ecco che il chicco di grano viene conficcato nella terra. Non vede più nulla, non sente più nulla, l'umidità gli penetra fin nelle ossa. Il chicco di grano che, attraverso l'inevitabile morte, sta per essere trasformato, sta per diventare quello che deve essere, cioè una spiga rigogliosa, rimpiange il granaio in cui, in effetti, era tanto felice, ma di una piccola felicità umana. In questo preciso momento dice quello che milioni di uomini dicono attorno a noi: se Dio esistesse, cose simili non succederebbero. È davvero un peccato perché proprio qui siamo in presenza del vero Dio: il Dio che trasforma il chicco per farlo passare dallo stato di granello allo stato di spiga; e questo è possibile solo attraverso la morte. L'unico Dio che esiste è quello che ci fa crescere, che ci fa passare da una condizione semplicemente umana a una condizione di uomo divinizzato.

È questa la storia di tutti noi, è questa la condizione umana. Non esiste crescita senza trasformazione, non esiste trasformazione senza morte e nuova nascita. Stabilito questo, ci sono, nella storia dell'umanità, tre tipi di morte e di nascita, tre tipi di trasformazioni, tre pasque tipiche.

Il termine pasqua deriva da una parola ebraica che significa «passaggio»: pèsah in ebraico, pascha in greco, pasqua in italiano.

Nella nostra vita ci sono due passaggi.

Il primo passaggio è la nostra nascita umana: siamo passati dal nulla in cui eravamo immersi, alla situazione di neonato nella sua culla. Passaggio prodigioso già questo, passaggio dal nulla all'esistenza umana che è esistenza intelligente e libera. Ma questo primo passaggio è soltanto la condizione di un secondo passaggio.

Il secondo passaggio è quello da un'esistenza umana all'esistenza propriamente umano-divina. Questo passaggio è incommensurabile rispetto al primo: se non ne siamo convinti significa che non sappiamo quel che diciamo quando pronunciamo la parola Dio. È enorme passare dal nulla all'esistenza umana, ma è molto più enorme passare dall'esistenza umana all'esistenza umano-divina. Il primo passaggio avviene senza il nostro consenso; non ci viene chiesta la nostra autorizzazione per metterci al mondo. Il secondo passaggio non può avvenire senza di noi, e si compie lungo tutta la vita.

Se si dovesse tradurre in termini spaziali la differenza tra questi due passaggi, direi che la distanza tra il nulla e l'esistenza umana è paragonabile alla distanza che c'è tra il pavimento e questo tavolo; e che la distanza tra l'esistenza umana e l'esistenza umano-divina è

paragonabile alla distanza che c'è tra la terra e il sole. Ma il mio paragone sarebbe molto sbilenco, perché la distanza tra la terra e il sole è misurabile e misurata, mentre la distanza con Dio non è misurabile.

Colgo l'occasione per dirvi, di sfuggita, che, secondo il cristianesimo, l'esistenza umana è veramente sublime. Diventare ciò che Dio è: pensateci! Ma se l'esistenza umana è sublime, essa è anche tragica; ed è impossibile che sia diversamente. Non c'è via di mezzo tra essere divinizzati ed essere dannati. Il sublime non sarebbe veramente sublime se il suo contrario non fosse il tragico.

La pasqua è questo secondo passaggio, e ci sono tre pasque, tre passaggi trasformatori o trasfiguranti nella storia dell'umanità.



1. La pasqua degli ebrei.

Gli ebrei erano schiavi del faraone d’Egitto. Mosè, dopo aver fatto esperienza di Dio, riceve l’ordine di mettersi alla testa del popolo di Dio e di condurlo dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa. Tra la schiavitù e la libertà c’era in mezzo il deserto. Gli ebrei avanzavano nel deserto come il chicco di frumento sepolto nel solco. Cominciarono a ribellarsi. Più avanzavano, più il terreno si faceva bruciato e più aumentava la tentazione di tornare indietro. Questo popolo, in cammino verso la libertà, vuol tornare indietro. Spesso si preferisce la piccola felicità del chicco di grano nel granaio, anziché la felicità del conseguimento della vera libertà.

Gli ebrei pensavano di andare verso la morte, come il chicco di grano che soffoca nel solco, ma in realtà il popolo andava verso la libertà, come il chicco verso la spiga. Non si può essere trasformati senza passare attraverso la morte. La grande libertà divina costa il sacrificio della propria felicità egoista. Per raggiungere la libertà stessa di Dio bisogna essere trasfigurati.



2. Pasqua di Cristo.

Gesù rivive nella sua pelle quello che aveva passato il suo popolo. Gesù per lasciare questo mondo e tornare al Padre deve farlo attraverso la sua morte e risurrezione. Questa non è il ritorno alla vita di prima della morte, ma è l’ingresso nel cuore stesso della Trinità. E’ diventato altro, pur rimanendo lo stesso soggetto. Il Verbo si è fatto uomo perché per lui noi vivessimo della vita di Dio. Vale la pena dare la propria vita per conoscere e possedere questa speranza.



  1. La nostra pasqua.

Tutto nella nostra vita è fatto di decisioni, ed ogni decisione è una pasqua. Ciò che nella mia vita non è decisione è segatura. Ci sono decisioni piccole e decisioni grandi, in ognuna si muore e si risorge in proporzione. Sono le nostre decisioni che costruiscono la vita eterna, perché Cristo risorto è al cuore della decisione che prendiamo.

Cristo risorto è vivo e presente nella nostra libertà, è attivo, è trasfigurante e trasfigurandoci ci divinizza, cioè, ci fa diventare quello che lui è. Questa verità più che difficile da capire è estranea alla mentalità di molti che si considerano credenti.

Precisiamo un po’ di più: Gesù conferisce alle nostre decisioni umane una dimensione divina. Umanizzare significa vivere da uomini, aprendoci al divino. Tutti i nostri gesti, specialmente quelli presieduti dalla carità, sono veramente umani e quindi veramente divini. Siamo uomini in divenire e sono le nostre decisioni a contribuire che diventiamo degli uomini. Diventiamo più uomini e più liberi operando perché il mondo sia più umano.

Tutto questo può costare sacrificio, ma quello che i non credenti non sanno è che tutte queste decisioni che ci fanno un po’ morire al nostro egoismo è un passaggio alla vita divina. Ogni decisione ha inscritta la pasqua: si muore un po' per risorgere un po'. La divinizzazione è già presente, è già operante. Quando ci si accorge di scivolare sulla dolce china dell’egoismo e si è tentati di non dare il meglio di sé per costruire un mondo più umano, bisognerebbe dire a se stesso: “Amico, Cristo risorto è vivo-presente-attivo-trasfigurante- divinizzante nel cuore delle tue decisioni umane e ti conferisce la dimensione del regno eterno”. Ciò che Cristo non può divinizzare è il peccato, perché esso non è umanizzante. Il peccato è il rifiuto della propria divinizzazione. Questo è l’egoismo, il contrario di quello che Dio è.

Giorno dopo giorno, decisione dopo decisione noi costruiamo un’eternità umano-divina e questo è possibile solo perché Cristo la costruisce con noi. Noi cristiani crediamo che questo è il senso della nostra esistenza. Se non fossimo che uomini potremmo costruire solo l’umano, come diceva Valéry: “Tutto va sotto terra e rientra nel gioco”. Ma colui che si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio è al cuore della nostra libertà, trasfigura divinamente la nostra attività umana. Dio è amore e per questo la grandezza dell’uomo è immensa, perché la sua vocazione va infinitamente al di là di quello che l’uomo potrebbe immaginare con le sole sue forze: egli è capace di amare come Dio ama.

tratto da GIOIA DI CREDERE (François Varillon)





“Se la mia lingua non può dirti continuamente che ti amo, almeno voglio che il mio Cuore te lo ripeta ogni volta che respiro” - L’uomo Vianney




Il ritratto umano del Curato d'Ars
Il Curato d’Ars non si fece mai fotografare, pur esistendo già,al tempo, le prime rudimentali macchine fotografiche, quei baracconi che oggi sono pezzi di antiquariato ma che, a quei tempi, già funzionavano. Don Vianney era troppo umile| per poter mettersi in posa: nọn ci fu verso di convincerlo. Gli fecero parecchi ritratti, ma tutti improvvisati, perché egli non accettò mai di mettersi in posa. Una volta un ritrattista, fingendosi un devoto fedele, si mise seminascosto in chiesa tra le prime file, tenendo un quaderno sotto la giacca per dipingere il Santo mentre predicava. Il Santo, accortosene, lo rimproverò benevolmente, e disse che se avesse dipinto un'oca,quello sarebbe stato il ritratto del Curato d’Ars più appropriato.
L’attenzione andava a Dio, non a quel povero strumento che era lui stesso. L'unica foto che si ha del Curato è quando egli ormai non poteva più fare niente per protestare: poche ore dopo la morte, Oltre la foto, in quella occasione gli fecero il calco facciale, dal quale ricavarono la statua che si trova ad Ars, e che quindi possiamo a ragione definire come il vero volto del Curato d’Ars. Ma per noi è bello poterlo conoscere anche attraverso le descrizioni che fece chi lo conobbe.  Come era Giovanni Maria Vianney?

venerdì 19 febbraio 2016

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 3, 17- 4,1 - Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso



Fil 3, 17- 4,1
Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra.
La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose.
Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Parola di Dio

Riflessione

Che lettera commovente San Paolo oggi scrive a tutti noi!
E' un'esortazione a imitare lui e quelli che vivono come lui.
Nella nostra società, purtroppo, il termine “imitare” molto spesso viene inteso come “conformarsi a quello che fa la massa”, come tanti pappagalli! Ma San Paolo ci aiuta a comprendere, come un vero fratello in Cristo, chi dovremmo imitare e chi non dovremmo imitare.
Però, prima di imitare, dovremmo fare una cosa che invece di solito non facciamo... dovremmo osservare meglio, dovremmo avere lo sguardo attento su ciò che ci circonda. Invece, per nostra comodità, vogliamo evitare questa “fatica” e, se osserviamo, lo facciamo solo per criticare. Quando vediamo un fratello che rispecchia Gesù più di noi, non dobbiamo essere gelosi, non dobbiamo allontanarlo perché mette in evidenza la nostra pochezza, ma dobbiamo imitarlo, e, imitando lui, imiteremo Gesù. San Paolo si propone come modello, non certo per mettersi su un piedistallo o per dire che lui è migliore di noi, ma, essendo un chiamato da Dio, vuole aiutarci a seguire Cristo come si deve. Dovremmo ringraziare sempre il buon Dio per gli esempi che ci ha mandato e che ci manda, anche se non sono tanti, sopratutto oggi. 

Il tuo costato trafitto


Crocifisso, denominato il "Moro" - Chiesa di Sant'Antonio Abate-Sassari

Signore Gesù, Ti adoriamo
concedici di contemplare il Tuo Costato trafitto;
aiutaci a cogliere il fiume di tenerezza, di compassione, di amore
che dalla Croce riversi sul mondo.

Donaci di raccogliere il SANGUE e l' ACQUA
che sgorgano dal Tuo Costato
per partecipare alla Tua Immensa Passione di Amore e di Dolore
che spacca i nostri egoismi,
le nostre chiusure, le nostre freddezze.

Donaci di contemplare
in questo Tuo Corpo
i segni dell' Alleanza Eterna e Indefettibile,
di contemplare in ogni ferita
la certezza
che questa Alleanza non verrà mai meno,
sarà nostra compagna nelle sofferenze, nelle solitudini e nella nostra agonia.

Hai guarito malati e lebbrosi,
ma ora non fai un miracolo per Te:
rimani in agonia con le braccia aperte al Padre e al mondo.

E dici: Anche tu sei nell' abbraccio dell' Alleanza,
sei anche tu nell' abbraccio della Misericordia
che supera il tuo timore e le tue colpevolezze,
sei nell' abbraccio di questo amore gratuito,
nel quale tutto è amato, capito, perdonato.
 
Carlo Maria Martini

mercoledì 17 febbraio 2016

Giustizia e Misericordia - di Eugenio Pramotton




Il grande cardinale Giacomo Biffi, in una catechesi, faceva suo con soddisfazione un pensiero mordente di un altro grande, don Divo Barsotti, il pensiero era questo: "Oggi, nel mondo cattolico, Gesù Cristo è una scusa per parlare d'altro".
Una considerazione analoga si può fare a proposito della misericordia: "Oggi, nel mondo cattolico, la misericordia è un pretesto per dichiarare il peccato inesistente". Infatti, generalmente si sente parlare della misericordia a senso unico, ossia slegata dal suo rapporto essenziale con la giustizia; ma non si può comprendere correttamente la misericordia senza comprendere anche la giustizia e non si può comprendere correttamente la giustizia senza comprendere anche la misericordia. Se si parla della misericordia senza parlare della giustizia si rischia di offrire a chi ascolta un fungo velenoso, ossia un fungo che assomiglia in maniera impressionante a un fungo buono, ma in realtà contiene un veleno mortale. Il veleno consiste nel favorire l'illusione secondo cui sarebbe possibile ottenere misericordia senza che ci sia chiesto di accettare un certo timore e un certo tremore, senza la necessità di piegare le ginocchia per supplicare una salvezza che non ci è dovuta; in una parola, senza il riconoscimento del nostro peccato; ma quando il riconoscimento del peccato è serio genera inevitabilmente smarrimento, sconcerto, timore, tremore... Pensiamo a Pietro quando ha tradito Gesù, ad Adamo ed Eva quando hanno tradito il loro Dio; a Davide quando Natan gli mostra l'orrore di cui è stato capace uccidendo Uria...

venerdì 12 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 4, 1-13 - Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo



 
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Parola del Signore

Riflessione

La quaresima è, come si dice, “il momento favorevole”... è un'occasione che Dio offre a tutti per riconciliarci con Lui... è un occasione che Dio ci da per fare una bella revisione al nostro cuore, proprio come facciamo con la nostra autovettura. Ma c'è un piccolo inconveniente... “l'autofficina autorizzata” si trova in una zona arida e senz'acqua... si trova nel deserto. Ma non ci scoraggiamo, perché oggi Gesù ci dà tutte le indicazioni per far ritornare come nuovo il nostro cuore. Basta imparare da Lui e seguire passo per passo ciò che Lui ha fatto nel deserto. E se per caso abbiamo iniziato male, se i propositi che ci eravamo prefissati non sono partiti con il piede giusto, non turbiamoci... abbiamo quaranta giorni per rimetterci “a piombo”!
La cosa importante è renderci conto che esiste un nemico che minaccia continuamente la nostra amicizia con Gesù; solo con questa consapevolezza possiamo lottare contro di lui e sconfiggerlo; purtroppo, oggi non si ama tanto parlare di questo argomento, è come se il demonio non esistesse o come se ne fossimo immuni. Ma attenzione, le persone immuni sono solo gli amici del diavolo... Lui infatti non va a rompere le scatole a quelli che sono già nel suo libro paga, ma va a tentare chi lavora per un'altra azienda... quella di Cristo.

giovedì 11 febbraio 2016

Miracoli di Lourdes Tema: Pieter de Rudder - Alexis Carrel - Istituzioni mediche di Lourdes - Guarigioni fisiche e spirituali



«So bene che, in certi ambienti, il pensiero stesso del miracolo appare  antiquato e impensabile, scriveva il dottor Olivieri, presidente  dell’Ufficio medico di Lourdes dal 1959 al 1971... Per questo, quando si parla davanti a queste persone di guarigioni miracolose, hanno sempre una risposta pronta: questi fatti, dicono, o non sono stati studiati, o si spiegano con ogni sorta di cause naturali... oppure saranno spiegabili in seguito... In fin dei conti, ciò che è comune a tutte queste spiegazioni è la motivazione fondamentale a priori che “il miracolo non esiste”. A questo, posso rispondere: “Il miracolo esiste”. Come riconosceva il grande Carrel, le guarigioni di Lourdes sono un fatto contro il quale nessuna affermazione può reggere.»
Uno dei miracoli più celebri e più antichi della Madonna di Lourdes fu la guarigione di Pieter de Rudder. Il 16 febbraio 1867, Pieter de Rudder, recandosi al suo lavoro nei pressi di Jabbeke (Belgio), incontra due giovani che tagliano alberi in prossimità del castello. Uno degli alberi è caduto in un campo vicino e i boscaioli stanno cercando di riportarlo sulla strada con l’aiuto di leve. Pieter offre loro il suo aiuto. Improvvi-samente l’albero sollevato crolla e il tronco gli stritola la gamba sinistra. Il medico, chiamato immediatamente, non può che constatare la frattura della tibia e del perone; per tenere insieme le ossa rotte e cercare di risaldarle, avvolge la gamba con una fasciatura inamidata. Nelle settimane seguenti, il dolore di Pieter aumenta: si è formata una piaga cancrenosa, che attacca ora i tessuti muscolari circostanti. Trascorrono dodici mesi, senza miglioramento: l’infermo, che ha allora 44 anni, resta immobilizzato sul suo letto, senza speranza di guarigione. I medici gli consigliarono l’amputazione, ma egli la rifiuta.
«Che cosa fai?»

giovedì 4 febbraio 2016

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 6, 14-29 - Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.


Mc 6, 14-29
 
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Parola del Signore

Riflessione


A Giovanni Battista, predicare apertamente la legge di Dio, senza preoccuparsi se le persone che rimproverava fossero potenti o meno, è costata la vita. Il giusto rimprovero porta sempre a un bivio di due strade che conducono: o alla conversione o all'odio spietato.
Per Giovanni, purtroppo, si è aperta la seconda, ma questa scelta ci riguarda tutti ogni giorno... è una lotta tra il bene e il male. Il nostro cuore infatti, è sempre colmo di buone intenzioni, di buoni propositi, dichiariamo apertamente di amare e seguire il Signore, ma poi, all'improvviso, ecco che ci facciamo distrarre da tante cose e da situazioni non molto “igieniche”. Diceva bene San Paolo nella lettera ai Romani: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto(7, 15). E ancora: “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (7, 24).

"Se uno ha sete, si avvicini a me; e chi ha fede in me, beva!" Tratto da “ Visite al Santissimo Sacramento e a Maria Santissima “ di Sant'Alfonso Maria de Liguori.



VISITA I
Gesù fonte di acqua viva
Gesù nel santissimo Sacramento è la fonte di ogni bene. Ce lo ricorda lui stesso: «Se uno ha sete, si avvicini a me; e chi ha fede in me, beva!» (Gv 7,37-38). E grazia in abbondanza hanno attinto i santi da questa sorgente, dove Gesù elargisce i frutti della redenzione, come aveva predetto il profeta Isaia: «Come l’acqua fresca ristora chi ha sete, così la tua salvezza dà gioia al tuo popolo» (Is 42,3).
Si legge nella biografia di donna Anna Poncede León, contessa di Feria, grande discepola del venerabile padre Avila e poi clarissa, che, appunto perle sue frequenti e prolungate visite a Gesù sacramentato,fu chiamata sposa del santissimo Sacramento. E a chí le chiedeva cosa facesse, tante ore, davanti al Santissimo, rispondeva: «Io ci starei tutta l'eternità. Non è lì l'essenza di Dio, l'alimento che sarà dei beati? Oh Dio,che si fa e che non si fa davanti a lui? Ma si ama, si loda, si ringrazia, si chiede. Cosa fa un povero davanti a un picco, un ammalato davanti a un medico, un assetato davanti a una fonte d'acqua limpida, un affamato davanti a una lauta mensa?»
Gesù amabilissimo, dilettissimo,dolcissimo, vita, speranza, tesoro, unico amore dell’anima mia, quanto ti è costato restare con noi in questo Sacramento!

mercoledì 3 febbraio 2016

I GRANAI DELLA PROVVIDENZA - Tratto da " Il Bambino nascosto di Medjugorje " di suor Emmanuel - Capitolo 78



Cari figli, anche oggi v’invito all'abbandono totale a Dio. Voi, cari figli, non siete consapevoli del grande amore con cui Dio vi ama: è per questo che mi permette di essere con voi, per istruirvi e aiutarvi a trovare la strada della pace. Voi, però, non potrete scoprire questa strada, se non pregate. Per questo, cari figli, lasciate tutto e dedicate il tempo a Dio, e Dio vi ricompenserà e vi benedirà... ” (25.3. 1988).

Quando abitavo a Parigi, il mio lavoro consisteva nell’importare in Francia oggetti di artigianato provenienti dall’India, dal Nepal e da altri paesi asiatici. Quei viaggi mi permettevano di immergermi spesso nella semplicità di vita così avvincente dell’Oriente, così benefica per l’anima! E di sfuggire all’oppressione materialistica di Parigi.
Appena tre giorni dopo la mia conversione, mentre mi libro ancora molto in alto nella felicità sensibile di avere Gesù vivente con me, faccio una preghiera molto sincera: «Signore, se qualcosa nella mia vita non è secondo la tua volontà, mostramelo chiaramente e lo eliminerò subito!». Malgrado i miei venticinque anni, ero ingenua nelle cose di Dio! Ignoro che il Signore va matto per questo tipo di preghiera e la esaudisce subito. Si può perfino essere così audaci da pensare che lui stesso ispiri queste preghiere quando qualcosa in noi lo disturba. Così, ci lascia credere che siamo noi ad avergli chiesto la potatura di un ramo marcio.

martedì 2 febbraio 2016

Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme contro il Signore e contro il suo Messia: "Spezziamo le loro catene, gettiamo via i loro legami". ( Salmo 2 , 2- 3)


UN BAMBINO LI GUIDERÀ – Capitolo 5 – Tratto da “Il Bambino nascosto di Medjugorje di suor Emmanuel


Marcel Van, martire in Vietnam -Hanoi, Vietnam, 15 marzo 1928 - 10 luglio 1959 - Giocava con Gesù Bambino e gli faceva domande.

Cari figli, aprite i vostri cuori e lasciate che Gesù vi guidi. Per molte persone questo sembra difficile, ma è talmente facile. Non avete bisogno di avere paura,perché sapete che Gesù non vi abbandonerà mai e sapete che vi conduce alla salvezza”.


Quando Gesù era bambino, a che cosa giocava? Certi mistici raccontano che quando erano piccoli, il Bambino Gesù veniva a giocare con loro ed essi credevano che anche tutti gli altri lo vedessero. È il caso di Georgette Faniel , che fin dall'età di cinque anni passava ore in sua presenza. L’evangelizzazione dei bambini ad opera dei bambini è la cosa più spettacolare sul piano mistico. Essi, infatti, hanno delle intuizioni degne dei Padri della Chiesa per la profondità, ma più facili da capire.
Non posso fare a meno di citare qualche brandello delle conversazioni fra il Bambino Gesù e il piccolo Van del Vietnam (quattordici anni).