domenica 25 dicembre 2016

Dagli Atti degli Apostoli - At 6, 8-15 - Non potevano resistere alla sapienza e allo Spirito con cui Stefano parlava



At 6, 8-15
In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo.
Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenèi, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava.
Allora istigarono alcuni perché dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio». E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.
Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge. Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato».
E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

Parola di Dio
Riflessione


Oggi per i capi del sinedrio è ancora un colpo al cuore!!! Certo che avevano una fibra resistente!!! Infatti, non sarà stato facile per loro digerire la faccia “tosta” di questo giovane sapiente. Non riuscivano a vincerlo sul terreno della conoscenza delle Scritture e il loro orgoglio, in qualche modo, veniva messo a dura prova... visto che si vantavano tanto di conoscerle alla perfezione. E così, come succede ancora oggi quando si è costretti a rendersi conto della propria ignoranza, invece di cercare di migliorare le proprie conoscenze ci si arrampica sugli specchi... quando va bene... altrimenti si utilizzano diversi stratagemmi non proprio “igienici”. Di solito per far tacere una persona sapiente gli si grida contro e la si insulta, ma quando questo modo aggressivo non funziona, allora si cercano altri modi, come hanno fatto i capi del sinedrio con Stefano. Ma questi, oltre ad essere ignoranti perché non sapevano rispondere, erano anche vigliacchi, perché agivano di nascosto mandando altri allo scoperto, inoltre, è molto probabile che abbiano distribuito "mazzette" a falsi testimoni perché testimoniassero il falso (nella nostra società questa pratica non è assolutamente scomparsa). Ed ecco che Stefano si trova davanti allo stesso sinedrio che già aveva condannato Gesù, Pietro, Giovanni, e tutti gli apostoli. E' accusato di due gravi reati: quello contro il Tempio e quello contro la legge di Mosè. E' buffo notare come i capi dei sacerdoti sembravano avere un grande zelo per la casa di Dio... ma il loro zelo non era altro che disgustosa apparenza; in realtà la loro preoccupazione era quella di non perdere la “poltrona”. Ci ricorda forse qualcuno nelle nostre comunità?... Assolutamente no!!!
La realtà è che i veri discepoli si trovano a vivere, come Stefano, in mezzo a un mondo ostile a Gesù anche tra chi dovrebbe testimoniarlo alla grande…

sabato 24 dicembre 2016

La Storia dei Magi e la profezia....viste con gli occhi di Maria – del Card. Angelo Comastri– Tratto da “ L'attesa del Messia”




Spesso mi fermavo a guardare il bambino e dicevo: “E’ Dio!”.  E provavo un senso di vertigine;  mi sembrava che tutto l’universo fosse racchiuso in quel fragile bimbo! 
E’ Dio! – ripetevo – ed è mio figlio!”
Come era possibile? La mia giovane vita era entrata in contatto con l’Eterno, si era imparentata con l’Onnipotente, era stata risucchiata nel vortice dell’Altissimo: del Creatore del cielo e della terra!
Mi inginocchiavo e pregavo in silenzio e adoravo: adoravo Dio… mio figlio!
Lo accarezzavo e mi chiedevo: “Che cosa accadrà? Come farà a spiegare chi è? Come farà a raccontare la sua origine e la sua missione? Chi gli crederà?”.
Lo accarezzavo e quasi volevo proteggerlo. Però subito capivo che era lui la mia protezione: e, allora, mi inginocchiavo e baciavo il mistero grande entrato nella mia piccola storia di giovane donna.
Una sera, alcune persone che venivano da Gerusalemme sparsero la voce che erano giunti in città tre grandi personaggi … con cammelli e servitù: cercavano il re dei giudei che, secondo loro, era nato in quei giorni.
Venivano dall’Oriente, dalla Mesopotamia, dalla regione dei due grandi fiumi: venivano dalla terra dove un tempo lontano era venuto Abramo.
Avevano visto una stella: era il segnale che aspettavano… e si erano messi in viaggio.

giovedì 22 dicembre 2016

Povero di Betlemme


Gesù Bambino - Scuola dell'Infanzia - Istituto di Nostra Signora del Carmelo
Sassari

  «Il Natale è accorgerci di Gesù, accoglierlo nella vita e lasciar continuare in noi la novità della santità sbocciata, come un inatteso miracolo, nella povera mangiatoia di Betlemme. Ognuno di noi ripeta oggi questo miracolo. Se nel giorno di Natale io mi trovassi solo in chiesa, mi toglierei le scarpe e, avanzando scalzo, attraverserei lentamente tutta la chiesa ricordando il lungo cammino che parte da Betlemme. E poi mi inginocchierei davanti a Gesù Bambino e gli consegnerei due lacrime! Sì, due lacrime di pentimento per non aver ascoltato la voce buona di Betlemme, per non aver capito la meravigliosa lezione di Betlemme» (Cardinale Angelo Comastri).

O Signore, mentre il tempo logora tutte le speranze, tu rimani l’unica speranza! Mentre si consumano i secoli e anche i millenni, tu resti perennemente giovane e conservi la freschezza di un fiore, di un’aurora, di una sorgente zampillante. Mentre le ricchezze svelano sempre di più il loro volto fragile e deludente, tu stupisci ancora e attiri con la sola, con la pura, con la totale povertà di Betlemme.
Signore, le parole sono logore e stanche come le promesse che si rinnovano e si smentiscono inesorabilmente. Ma dentro di noi resta una fiammella di speranza, riemerge un bisogno irrefrenabile di luce, riaffiora un'intensa attesa di qualcosa, anzi di qualcuno.
Tu, povero di Betlemme, sei la risposta che noi non sentiamo! Tu, povero di Betlemme, sei la ricchezza che noi non capiamo! Tu, povero di Betlemme, sei la pace che drammaticamente ci manca!
Signore, nato a Betlemme, la città della nostra povertà e della nostra piccolezza, noi ci accostiamo a Maria per guardarti con il suo sguardo e amarti con il suo amore ed essere finalmente felici con te, povero di Betlemme, unico capace di farci sorridere ancora.
Amen.

martedì 20 dicembre 2016

ALCUNE LETTERE A SACERDOTI ANNI 1958-1959 - Sac. DOLINDO RUOTOLO UMILE SACERDOTE, TUTTO SACERDOTE, SOLO SACERDOTE.




SARAI IN ME VOCE DI VERITÀ ED IN MARIA VOCE DI MISERICORDIA
A Padre Renato Valente Marianista
Napoli, 18 marzo 1958

Ho ricevuto la vostra lettera, e ieri sera un telegramma urgentissimo del Dottor Corsi che mi annunziava l'aggravarsi del caro Pinuccio. Io prego che si compia in lui la Divina Volontà. Non ho il coraggio di trattenerlo su questa misera terra dove ha tanto sofferto, e dove, anche se guarisse, lo aspetterebbero altre gravi sofferenze. Capisco e compatisco la desolazione dei genitori, e vorrei consolarli, ma io credo che sia maggiore consolazione saperlo nel Paradiso, tra le braccia della Divina Misericordia, che in terra, alle prese con la bugiarda giustizia umana che non poteva essere più ingiusta con questo innocente. La sua purificazione è stata aspra, singolare, totale, e per questo appunto il suo passaggio all'eternità sarà una trionfale ascesa nell'eterna felicità. Non so pensare diversamente, nonostante che io sia di carattere ottimista. Ma credo che non ci sia ottimismo più bello che pensare alla beata eternità dopo tante pene della vita. ( ... ) Volete che io vi scriva una esortazione, Padre caro. E come potrei farlo io che sono un povero nulla ( ... )? Ho tanta confusione di me, e tanta conoscenza del mio nulla che ho bisogno io di una vostra esortazione. Ad ogni modo, per contentarvi ed obbedirvi, prego Gesù che mi faccia Lui scrivere qui un piccolo colloquio, come lo fo sulle immaginette.
Gesù al Padre Valente: Sei mio Sacerdote, ti ho rivestito della mia dignità, sei anche tu 'Gesù', Salvatore di anime. Non puoi salvarle che come le ho salvate io, pregando ed immolandoti. Sei mandato da me per la tua vocazione, come io fui mandato dal Padre; e come io feci sempre quello che piacque a Lui, così tu fa sempre quello che piace a me. E ciò che più mi piace è “l'humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem Crucis”.
- Se tu ti fai piccolo nella umiltà, stai al fuoco della divina grazia, come il sole al fuoco di una lente, e la trasmetti alle anime che sono nelle tenebre.
- Ti fai piccolo con la bontà, con la dolcezza, col servire sempre le anime, senza cercare il tuo tornaconto.
- Ti fai umile nel ricordo delle tue colpe, compatendo i peccatori.
- Ti fai obbediente sino alla morte di croce, accettando per amore ogni pena della vita, e lasciandoti guidare in tutto dai tuoi superiori, anche in quello che contrasta la tua volontà. Cresca ogni giorno il tuo amore per me, e perciò sii familiare con me Sacramentato. Cresca il tuo amore per Maria, e perciò amala come Mamma tua. Non dissi io a Nicodemo che bisogna rinascere? E Nicodemo disse: "Come può un vecchio rinascere, come può rientrare nel seno materno?" Ma tu, amando Maria rinasci, perché l'amore tuo filiale ti fa entrare nel suo Cuore, e l'amor suo materno ti genera alla santità. Essa ti dona la grazia, come acqua che ti rinnova la vita, ed Essa ti attrae lo Spirito Santo che ti fa nascere alla vita soprannaturale: “Ex aqua et Spiritu Sancto”. Ti genera a me, ti dona alle anime. Abbi grande fiducia in me, vivi nel Cuore mio e nel Cuore di Maria, e sarai in me voce di verità, ed in Maria voce di misericordia. Non ti scoraggiare mai nelle difficoltà del tuo apostolato, nelle contraddizioni che incontri: Confida!
L'anima: Eccomi tutto vostro, o Gesù mio, o Mamma mia Maria! Eccomi nel tuo Cuore, o Maria, donami la vita, come la desti al Verbo Umanato. Fa che la mia carne sia pura, che l'anima mia sia santa, che le mie attività siano soprannaturali, perché non viva io ma viva in me Gesù. Amen!

San Giuseppe Moscati - Benevento, 25 luglio 1880 - Napoli, 12 aprile 1927 - "Ricordatevi che con la medicina vi siete assunto la responsabilità di una sublime missione. Perseverate, con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all'invidia, disposto solo al bene".




San Giovanni Paolo II ha dedicato una parte significativa del suo ministero di successore di Pietro alle persone che soffrono e in particolare ai malati. In diverse occasioni, si è rivolto al mondo medico: «Il personale curante, diceva nel 1986, non ha solo la tecnica da offrire, ma una calorosa devozione che viene dal Cuore, un'attenzione alla dignità delle persone. Cercate di non ridurre il malato a un oggetto di Cure, ma di farne il primo compagno in una guerra che è la sua guerra. E, di fronte ai gravi problemi etici che si presentano alla vostra professione, vi incoraggio a trovare le risposte esigenti che siano conformi alla dignità della vita del malato, alla sua natura di persona.» Il 25 ottobre 1987, lo stesso Papa ha canonizzato un medico, Giuseppe Moscati, nel quale ha visto «un'attuazione concreta dell'ideale del Cristiano laico».
Giuseppe Moscati nasce a Benevento, in Campania, il 25 luglio 1880, e riceve il Battesimo il 31. Francesco Moscati, suo padre, brillante magistrato, diventerà consigliere presso la Corte d'Appello, prima ad Ancona e poi a Napoli. Egli appartiene, come sua moglie Rosa de Luca, alla stirpe dei marchesi di Roseto. Giuseppe è il settimo di nove figli, ma solo tre dei fratelli e delle sorelle che lo precedono, Gennaro, Alberto e Anna, circondano la sua culla. I Moscati, infatti, nel corso dell'anno 1875, hanno provato il dolore di perdere due gemelle in tenera età, Maria e Anna, e poi quello, ancor maggiore, della morte di un'altra piccola Maria, di quattro anni. Dopo Giuseppe, nascono Eugenio e Domenico, il quale diventerà in seguito sindaco di Napoli. Francesco Moscati accompagna ogni anno la sua famiglia nel paese natale, per delle vacanze a contatto con la natura. Partecipano tutti insieme alla Messa nella chiesa delle Clarisse del posto; molto spesso Francesco serve egli stesso all'altare.
Un salutare smarrimento
L'atmosfera familiare favorisce lo sbocciare di una fede profonda e vissuta nel giovane Giuseppe. Egli fa conoscenza con il beato Bartolo Longo, fondatore del santuario della Vergine del Rosario a Pompei, di cui diventerà il medico Curante e che assisterà alla sua morte. I Moscati lo hanno incontrato in casa di Caterina Volpicelli, fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore, che verrà canonizzata da papa Benedetto XVI, il 29 aprile 2009. Francesco e Rosa hanno fatto amicizia con lei. La famiglia Moscati frequenta abitualmente, a Napoli, la chiesa delle Ancelle; Giuseppe vi fa la sua prima Comunione, nella solennità dell'Immacolata Concezione, l'8 dicembre 1888. Due anni dopo, riceverà il sacramento della Cresima. Nel 1889, entra al liceo classico Vittorio Emanuele, dove si dedica con impegno agli studi letterari. Ma già prende forma nella sua anima un senso acuto della precarietà della vita umana: «Guardavo con interesse, scriverà egli in seguito, all'Ospedale degli Incurabili che mio padre mi additava lontano dalla terrazza di Casa, ispirandomi sentimenti di pietà per il dolore senza nome, lenito in quelle mura. Un salutare smarrimento mi prendeva e cominciavo a pensare alla caducità di tutte le cose, e le illusioni passavano, come cadevano i fiori degli aranceti, che mi circondavano.» Era allora ben lungi dall'immaginare che avrebbe dedicato in seguito la propria vita ai malati e alla ricerca medica.

sabato 17 dicembre 2016

Il peccato - Natura del peccato [...] di don Dolindo Ruotolo




Quale è la natura del peccato in generale

Ordinariamente quando si sente parlare del peccato, gli uomini rimangono indifferenti, e quasi ne ridono. Se invece sentissero parlare di un'epidemia, di un colera, di una peste di un terremoto, impallidirebbero, e cercherebbero subito di ricorrere ai mezzi opportuni per evitare una di queste sventure.
Eppure il peccato è precisamente una terribile sventura, anzi è la più funesta di tutte, perché equivale alla rovina dell'anima ed anche alla rovina del corpo. Se gli uomini potessero vedere con gli occhi del corpo il male che si procurano col peccato, se ne potessero valutare le conseguenze anche per questa vita vi assicuro che non ci sarebbe più un peccato sulla terra!
Come si fanno le leghe contro la malaria, contro la tubercolosi, contro le epidemie, così si farebbero le leghe contro del maledetto peccato. I governi si preoccuperebbero del peccato come si preoccupano delle più terribili sedizioni contro la sicurezza dello Stato; le madri vigilerebbero sui loro figlioli con un'accortezza scrupolosa, tutti metterebbero la prima cura della vita nel fuggire il peccato. --Intanto come succede che i peccatori sono tanti numerosi e sono tanto spensierati? Come succede che tanti dormono sui loro peccati, anzi arrivano fino alla pazzia di gloriarsene?
La ragione è evidente: Essi ignorano la vera natura di questo terribile male e lo riguardano come una semplice trasgressione, e si illudono che un disordine tanto funesto possa rimanere senza effetti o senza conseguenze. Possibile! Non si può nel mondo distruggere l'equilibrio di una bottiglia senza romperla, non si può essere negligenti sui propri affari senza avere dei rovesci di fortuna, e si potrebbe poi distruggere l’ordine spirituale, la vita di un'anima, senza produrre un danno?
E questo danno può essere solo spirituale, quando si sa bene che l'uomo vivendo su di questa terra, ha relazione con le leggi del mondo fisico, ed influisce sopra di esso? Stabiliamo dunque come fondamento che il peccato, essendo un disordine, è necessariamente un danno spirituale e corporale; essendo un disordine commesso da una creatura che domina la terra e che aspira al cielo è un danno nel mondo e nella eternità. Nell'universo tutto è mirabilmente ordinato; l'anima nostra è come la regina del mondo, e ne è la forza più nobile; non è possibile dunque che venga meno nell'ordine che Dio le ha dato, senza produrre un disastro per sé e per gli altri con i quali ha relazione.

giovedì 15 dicembre 2016

Il Paradiso... L'inferno... Il purgatorio... di don Dolindo Ruotolo





[...] Che cosa è il Paradiso : Potreste voi farvi una idea del sole guardando un cerino acceso? --No, perché il cerino è una debole fiamma che subito si consuma e si spegne. Così è tanto difficile formarsi una idea della grande felicità del Paradiso, perché come vi ho detto, sulla terra noi non abbiamo idea di vera felicità. Ad ogni modo, tanto per farvene capire qualche cosa io vi dico:

1°• Nel Paradiso noi siamo liberati da tutte le miserie della vita presente; quindi non sentiamo più il bisogno di mangiare e di bere; non avvertiamo più il freddo ed il caldo, non siamo più oppressi dal peso del corpo, dai dolori, dalle malattie, dalle amarezze, dai contrasti e da tutto ciò che nella vita presente ci cagiona dolore.
2°• Nel Paradiso si vede Dio faccia a faccia come è, nella sua luce Infinita, e Dio stesso ci aiuta a vederlo con una forza speciale che da all'intelletto nostro, col lume della gloria. Voi godete nel vedere una bella scena, nell’ammirare i fiori del campo ed una bella giornata... quanto, più non dovrete godere nel vedere Dio che è infinita bellezza?
3°• Dio conosce ogni verità, e le creature diventano dottissime in qualunque scienza. Voi non sareste più contenti ora se in un momento poteste arrivare alla Università e pigliarvi una laurea? L’uomo si appaga nella verità, e non può godere veramente che nella verità; ora in Dio conosce tutta la verità. Conosce l’armonia e la bellezza delle verità della Fede, e si consola assai di avervi creduto; conosce le verità naturali, e si appaga nel vederne la mirabile armonia! Conosce Dio e non trova più limiti nella sua soddisfazione immensa. In Dio che è infinita ricchezza, l'uomo trova ogni bene, tutto quello che può desiderare lo ottiene. L'anima sua si sente libera, serena, contenta, e nella Volontà di Dio, che è infinito bene, si appaga completamente.
4°• Qualunque felicità terrena, anche se fosse veramente tale, è sempre amareggiata del timore di perderla, perché tutto passa e tutto finisce nel mondo. Nel Paradiso invece il godimento è eterno, non può terminare mai, è sempre più nuovo, più bello, più completo e l'anima non se ne può annoiare giammai.
• • • • •
Nessun timore quindi può affliggerci nel Paradiso, nessuna amarezza: Esso è come un campo sereno dove non penetrano mai le tempeste; è come una perenne Primavera spirituale, è una dolcezza senza turbamenti... è la pace eterna! Pregate Dio che vi dia la grazia di andare nel Paradiso e portatevi bene per meritarvelo, affinché possiate provarlo col fatto quanto sia bello. --Se io avessi qui un bel regalo e dicessi chi si sta più quieto l'avrà; non sarebbe stupido un fanciullo che per fare un momento di fracasso se ne rendesse indegno? Ora la vita passa presto e beato è colui che può fare il bene e che può rendersi degno di quella felicità che non termina mai e che è eterna! –
Sentite questo fatto: 

martedì 13 dicembre 2016

Ove si parla dei due principali danni, uno privativo e l’altro positivo, causati all’anima dagli appetiti - S. Giovanni della Croce: Salita del Monte Carmelo - Libro I - DAL CAPITOLO 6 AL CAPITOLO 10



1. A questo punto sembra utile fornire un’esposizione più chiara e dettagliata di quanto detto prima. Ho mostrato come i nostri appetiti provochino nell’anima due danni principali. Il primo lo priva dello spirito di Dio; l’altro la stanca, la tormenta, la oscura, la sporca, l’indebolisce e la ferisce, proprio come afferma Geremia: Duo mala fecit populus meus: dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas dissipatas, quae continere non valent aquas, cioè: Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l’acqua (Ger 2,13). Questi due mali, privativo e positivo, sono provocati da qualsiasi atto disordinato dell’appetito. Parlando, in primo luogo, di quello privativo, è chiaro che, per lo stesso motivo per cui l’anima si affeziona a qualsiasi bene creato, quanto più quell’appetito è radicato in essa, tanto meno è capace di unirsi a Dio. Infatti, come dicono i filosofi e come ho già riferito nel capitolo 4, due contrari non possono coesistere in uno stesso soggetto. Ora, l’amore per Dio e quello per le creature sono contrari; quindi non possono coesistere in una stessa volontà l’affetto per le cose create e quello per Dio. Cosa ha a che vedere, infatti, la creatura con il Creatore, il sensibile con lo spirituale, il visibile con l’invisibile, il temporale con l’eterno, il cibo celestiale, puro e spirituale, con il nutrimento grossolano dei sensi, lo spogliamento del Cristo con l’attaccamento alle cose?

domenica 11 dicembre 2016

O Madre aiutaci!



Preghiera pronunciata il 23 gennaio 1999 da Giovanni Paolo II
nell'omelia della Santa Messa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi per l'America. Con questa preghiera egli affida e offre il futuro del Continente a Maria Santissima, Madre di cristo e della Chiesa.

O Madre! Tu conosci le vie che seguirono i primi evangelizzatori del Nuovo Mondo, dalle isole Guanahani e La Española alle foreste dell'Amazzonia e alle vette andine, giungendo fino alla terra del Fuoco nel Sud e ai grandi laghi e alle montagne del Nord. Accompagna la Chiesa che svolge la sua opera nelle nazioni americane affinché sia sempre evangelizzatrice e rinnovi il suo spirito missionario. Incoraggia tutti coloro che dedicano la propria vita alla causa di Gesù e alla diffusione del suo Regno.
O dolce Signora del Tepeyac, Madre di Guadalupe! Ti presentiamo questa moltitudine incalcolabile di fedeli che pregano Dio in America. Tu che sei entrata nel loro cuore, visita e conforta i focolari domestici, le parrocchie e le Diocesi di tutto il Continente. Fa' sì che le famiglie cristiane educhino in modo esemplare i propri figli nella fede della Chiesa e nell'amore del Vangelo, affinché siano un vivaio di vocazioni apostoliche. Volgi oggi il tuo sguardo verso i giovani e incoraggiali a camminare con Gesù Cristo.

Tu sei quell’uomo... di padre Marie Dominique Moliniè o.p. - Tratto da “Prigionieri dell’infinito”




Quelli che pretendono di fare a meno dell'obbedienza in nome dell'amore non capiscono l'amore: i consigli evangelici Sono volti della follia dell'amore, insostituibili per esprimerne l’altezza, la larghezza e la profondità. Se li si perde di vista, si è in grave pericolo di cedere alle seduzioni del nemico. Diceva Angela da Foligno: "Quando si parla dell'amore e soprattutto dell'amore di Dio, diffido." Abbiamo bisogno del salvagente della castità, della povertà e dell'obbedienza, unica garanzia - se non assoluta almeno molto seria - che quell'amore quale lo desideriamo, lo vogliamo, lo viviamo, non è pericoloso perché è vero.
Invece sono obbligato a tremare, di quel tremore che provavo a proposito di Jaurès, davanti a quelli che dicono: "Non siamo nella libertà regale dei figli di Dio finché restiamo sottoposti al regime dell'obbedienza." Temo che l'amore, nel loro cuore e sulle loro labbra, sia quella cosa pericolosa di cui parla Angela da Foligno. Cos'è il vero amore? Cosa esige? Per capirlo un po' bisogna mettersi di fronte ai paralitici di cui parlavo prima, di tutti gli uomini che soffrono... e ricordarsi la parabola di Nathan.
A Davide, che aveva fatto uccidere Uria per approfittare tranquillamente della moglie Betsabea, Nathan dice: "Un uomo aveva duecento pecore e il suo vicino non ne aveva che una; si riscaldava vicino a lei, era la sua. Il proprietario delle duecento pecore, dovendo ricevere un amico, invece di far uccidere una delle sue, prese quella del vicino, l'unica..." Davide si indigna, ha un cuore generoso come quello di Pietro: non si indurisce che accidentalmente, quando la passione lo svia.
Dunque si indigna e quando Nathan gli chiede: "Quale trattamento pensi che meriti quell'uomo?" risponde: "Lo si metta a morte! E' una cosa abominevole!" Allora Nathan gli dice "Tu Sei quell'uomo!" Quando pensiamo agli infelici, accettiamo o no che davanti allo spettacolo di questa miseria, una voce in fondo al cuore ci dica: "Tu sei quest'uomo. Ciò che vedi, è un'immagine sensibile della tua condizione, della condizione umana…”
Se il popolo russo, dice Dostoevskij, dà prova di compassione verso i reclusi, non è perché li considera innocenti; sa bene che sono colpevoli. Ma qui prende tutta la sua forza la parola di Nathan a Davide: davanti alla colpevolezza evidente, stigmatizzata, marchiata col fuoco, dei detenuti, il popolo russo sente che gli si può sempre dire: "Tu sei quell'uomo." Dostoevskij lo fa parlare così: "Avete preso su di voi, come un parafulmine e come Gesù Cristo, tutta la colpa del mondo. Non che siate innocenti, come pretendono i liberali utopisti per i quali non siete responsabili di niente. Io dico al contrario, io popolo russo, che siete colpevoli, ma lo siamo quanto voi. In fondo non meritiamo nulla di meglio, siamo ciò che voi siete, e voi vi siete assunti il compito, assegnatovi dalla Provvidenza, di portare il peso dei nostri peccati assieme ai vostri. E' per questo che vi amiamo."

sabato 10 dicembre 2016

Dalla lettera di san Giacomo apostolo - Gc 5, 7-10 - Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.



 Gc 5, 7-10

Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

Parola di Dio

Riflessione personale

Oggi San Giacomo ci sprona alla costanza, ne abbiamo bisogno perché facilmente ci scoraggiamo e ci abbattiamo: anche per dei piccoli imprevisti. In particolare l’apostolo ci chiama a mantenere viva l’attesa di Gesù, a non lasciarci demoralizzare dalle avversità, a non lamentarci e a non diffidare delle promesse del Signore. Dio tutto vede e ci renderà giustizia, se non in questa vita sicuramente in quella futura.
E’ anche vero che è molto arduo mantenere la pace e non scoraggiarsi quando quotidianamente subiamo delle ingiustizie. Di solito in questi momenti guardiamo prima di tutto la nostra sofferenza… così le ingiustizie e le difficoltà diventano più pesanti e più dure da digerire. L'insegnamento dell’apostolo è molto chiaro: dobbiamo avere molta pazienza, dobbiamo aspettare che Gesù ritorni a posare gli occhi su di noi. Pazientare e gemere... Fino a quando, Signore, starai a guardare? Libera la mia vita dalla loro violenza, dalle zanne dei leoni l'unico mio bene” (Sal 35, 17).
Per incoraggiarci ad avere pazienza San Giacomo ci propone un esempio da imitare… ci parla di un agricoltore che semina; come sappiamo prima di vedere i frutti l'agricoltore deve attendere a lungo, poi deve aspettare ancora per la loro maturazione, a volte ci sono anche delle condizioni climatiche molto sfavorevoli, ma prima o poi, se avrà seminato e curato bene bene il suo campo, farà un buon raccolto.
Anche noi dunque siamo chiamati a coltivare la Parola di Dio, a custodirla e ad aspettare che produca frutti; teniamo però sempre gli occhi fissi su Gesù, Lui arriverà, Lui, a differenza degli uomini, non mente!
Diceva bene San Francesco di Sales: Bisogna avere un cuore capace di pazientare; i grandi disegni si realizzano solo con molta pazienza e con molto tempo”. Ricordiamoci che i tormenti e i problemi non durano per sempre! Nel frattempo, noi che amiamo il Signore, dobbiamo essere pazienti come l’agricoltore e fortificare i nostri cuori perché la venuta di Gesù è dietro l’angolo. Ma come fare a fortificare i nostri poveri cuori? Penso che la preghiera e l’incoraggiamento dei fratelli siano come la “prima pioggia”, aiutano il nostro cuore indurito dalle prove a non disperare, lo rendono più docile e più morbido. Forse sarebbe meglio parlare solo della preghiera… perché l'amore fraterno a volte scarseggia!!! Ma anche questo fa parte delle prove che dobbiamo attraversare. Non si trovano infatti molti fratelli che ti stanno vicino nei momenti duri… generalmente in questi momenti se la danno a gambe! Nei momenti belli poi diventano quasi invidiosi e così ti mollano ugualmente.

Figlia mia in Gesú... Tratto da “Il piccone che scava i brillanti...”(Epistolario volume I) di don Dolindo Ruotolo





Stamane, dopo la Messa, ho trovato la vostra lettera. Non temete per nulla di affaticarmi scrivendo, perché vi ripeto ciò che vi dissi a voce: io non fo neppure la metà del lavoro che potrei fare, date certe misericordie speciali del Signore. Ora per esempio ho finito di scrivere la lezione di Religione per domani, e fino alla predica ho qualche ora libera e posso scrivervi.

Non sapete voi che un'anima vale quanto tutto il mondo innanzi a Gesú?

Poter consolare ed illuminare un'anima anche a costo di un piccolo sacrifizio è un dovere stretto per me. In ordine poi a voi, a me pare che io ci abbia un dovere anche piú stretto, perché so quanto aiuto mi viene dalle , vostre preghiere, e le delicatezze della vostra carità spirituale mi hanno commosso assai.

Non sapete voi che trovare un'anima che preghi insieme alla propria, che cooperi col cuore ai medesimi ideali di gloria per Dio, significa trovare un tesoro ed una grande benedizione di Dio?

Un'anima buona è come un avvertimento continuo, una spinta, una esortazione; equivale ad un beneficio continuato. A me piace di trovare in altri quella virtú che non ho, piace di meditarla e di ricavarne profitto. Il Signor Positano si ingannava certamente nel suo giudizio.

Noi siamo ciechi sopra di noi stessi, e dovremmo essere grati anche ad un bambino che ci rimprovera. Ogni avviso, ogni lume, ogni consiglio, ogni esempio è un benefizio che spesso può produrre i frutti piú abbondanti nel campo dello spirito nostro.

Ne volete un esempio minimo, anzi sciocco? Ecco, a me produce distrazione il sentir ronzare un moscone per la stanza, anzi mi urta e sono costretto ad aprire il balcone per farlo andare via. Oggi me ne è entrato uno che faceva un chiasso straordinario; mi sono ricordato della vostra energia nel dominarvi e mi sono provato a lasciarlo stare. Ecco un piccolo fiore spuntato dal vostro cuore.

giovedì 8 dicembre 2016

BETLEMME E LA PIENEZZA DEL TEMPO



Se nel giorno di Natale io mi trovassi solo in chiesa, mi toglierei le scarpe e, camminando scalzo, attraverserei lentamente tutta la chiesa ricordando il lungo cammino che porta a Betlemme. E poi mi inginocchierei davanti a Gesù Bambino e gli consegnerei due lacrime! Sì, due lacrime di pentimento per non aver ascoltato la voce buona di Betlemme, per non aver capito la meravigliosa lezione di Betlemme.
Poniamoci ancora una volta la domanda: che cosa è accaduto a Betlemme? Perché da tanti secoli il mondo sembra fermarsi in questa notte e in questo giorno? Mi trema la voce e mi batte il cuore nel ricordare il fatto incredibile: duemila anni fa, Dio ha fatto un passo decisivo e irreversibile verso di noi; Dio ha lasciato che il suo Figlio stesso in qualche modo uscisse dall'abbraccio divino ed entrasse nella nostra storia pericolosa, infida, inospitale: Sì, inospitale soprattutto per Dio!
Eppure è accaduto: è accaduto duemila anni fa e questo avvenimento è la vertebra che tiene in piedi tutta la storia umana: alcuni non lo sanno, altri non ci credono, ma noi sappiamo che questa è la verità. E proprio perché lo sappiamo, noi abbiamo una grande responsabilità davanti a Dio e davanti all'umanità. Cerchiamo, allora, di capire bene il Natale.

O Maria Immacolata, ottienici la pace affinchè i tempi difficili non ci sconvolgano...


Statua di Maria Immacolata  - Chiesa Sant'Antonio Abate - Sassari
 
Primizia dell'umanità redenta


A perenne memoria del dogma dell'Immacolata, proclamato da Pio IX, l’8 dicembre 1854 fu eretta nel cuore di Roma (Piazza di Spagna) una colonna da dove l'Immacolata veglia sulla città e sul mondo. Il monumento fu benedetto e inaugurato dallo stesso pontefice l’8 settembre 1857. Papa Pio XII iniziò a inviare fiori a Piazza di Spagna nella solennità dell’Immacolata. San Giovanni XXIII nel 1958 si recò in Piazza di Spagna e depose ai piedi del monumento un cesto di rose bianche. Da allora, ogni anno, l’8 dicembre, il Santo Padre si reca a onorare Maria, segno per tutti gli uomini di sicura speranza. Ecco una preghiera di Giovanni Paolo II recitata in tale occasione.

O Maria! Eccoci nuovamente ai tuoi piedi, nel giorno in cui celebriamo la tua Immacolata Concezione, e ti supplichiamo, quale figlia prediletta del Padre, perché ci insegni a camminare uniti verso la casa paterna, per formare dell’intera umanità una sola famiglia. O Maria, fin dal primo istante dell’esistenza, tu sei stata preservata dal peccato originale, in forza dei meriti di Gesù, di cui dovevi diventare la Madre. Su di te il peccato e la morte non hanno potere. Dal momento stesso in cui fosti concepita, hai goduto del singolare privilegio di essere ricolmata della grazia del tuo Figlio benedetto, per essere santa come egli è Santo. Per questo il celeste messaggero, inviato ad annunciarti il disegno divino, a te si rivolse salutandoti: «Rallégrati, o piena di grazia» (cfr. Lc 1, 28). Sì, o Maria, tu sei la piena di grazia, tu Sei l’Immacolata Concezione.
In te si compie la promessa fatta ai progenitori, primordiale vangelo di speranza, nell’ora tragica della caduta: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe» (Gen 3, 15a). La tua stirpe, o Maria, è il Figlio benedetto del tuo seno Gesù, Agnello immacolato che ha preso su di se il peccato del mondo, il nostro peccato. II tuo Figlio, o Madre, ha preservato te, per offrire a tutti gli uomini il dono della salvezza. Per questo, di generazione in generazione, i redenti non cessano di ripeterti le parole dell’Angelo: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1, 28).
O Maria! Da Oriente a Occidente, fin dagli inizi, il popolo di Dio professa con fede che tu sei la tutta pura, la tutta santa, la Madre eccelsa del Redentore. Lo attestano unanimi i Padri della Chiesa, lo proclamano i pastori, i teologi e i più grandi confessori della fede, Con questo atto di venerazione noi professiamo di voler tornare al disegno originario ed eterno del nostro Creatore e Padre, e ripetiamo con l’apostolo Paolo: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo... In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto» (cfr. Ef 1, 3-4).
O Maria! Tu sei la testimone di quest’originaria elezione. Guidaci tu, o Madre, che conosci la via! A te, Immacolata Concezione, si affida il popolo di Dio.
Proteggici sempre e guidaci tutti sulle vie della santità. Amen.

sabato 3 dicembre 2016

Figlia mia in Gesù buono... Tratto da “Il piccone che scava i brillanti...”(Epistolario volume I) di don Dolindo Ruotolo


Questa volta rispondo alla vostra lettera mentre albeggia... cosi nelle tenebre della notte profonda, nel raggio ardente del sole e nella calma mattutina sia lodato Dio sempre!
Sono persuaso che Dio non si serve mai di un'anima sola nelle opere sue, e ne associa sempre due o più, perché nessuna possa mai gloriarsi di quello che è solo suo, e vi assicuro che sento che l'anima vostra mi è associata in tante opere buone che dovrà fare in seguito il Signore benedetto.
Forse avrò agio di raccontarvi certi eventi della mia povera vita, e da essi vedrete sempre di più che io non parlo per umiltà, ma per realtà quando mi stimo quello che sono.
Molte cose ho fatto nel campo del Signore, moltissime ne farò ancora, anzi metterò il frastuono nel mondo intero, per volgere tutto alla gloria di Dio, ma in tutte queste opere Dio si serve di me come della malta, come del fango, come della trappola dirò così.
Sono un istrumento semplice e nullo, che dalle opere sue piglia occasione di glorificarlo, sono una povera lente che a volte concentra i suoi raggi e pare un sole... in realtà è sempre un poco di vetro!... Così in tutto rimane glorificato Dio solo, perché nessuno si glori di sé. Questa è la più grande attività che possa avere una creatura: diventare tanto inutile, tanto povera, tanto stolta, tanto meschina, da rendersi capace di essere sostituita dalla bontà di Dio. Così in me non troverete altro che ignoranza, che stoltezza, che miseria, che povertà estrema, e sotto questo velo, che è trasparente, potrete scorgere quel che opera Dio e che per me desidero che non sia né merito, né gloria, perché non mi appartiene niente! Per questo Dio mi fa incontrare con tante anime che sono veramente sue; passa per me come fuoco e come lume; le infiamma, le arde, le attiva, ed esse credono che sia io che opero e non si gloriano di sé stesse; io so che è solamente Dio che agisce e mi umilio profondamente, e godo nel vedere che questa volta la polvere umana non può macchiare l'opera di Dio! Ne volete un esempio?

San Francesco Saverio - Xavier, Spagna, 1506 - Isola di Sancian, Cina, 3 dicembre 1552 - Tema : Missione - Salvezza delle anime



«Saverio, che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?» (Mt 16,26). Questo avvertimento di Nostro Signore è rivolto a François-Xavier (Francesco Saverio) da Ignazio di Loyola che lo commenta così: «Pensaci bene, il mondo è un padrone che promette e che non mantiene la parola. E anche se mantenesse le sue promesse nei tuoi confronti, non potrà mai appagare il tuo cuore. Ma supponiamo che lo appagasse, quanto tempo durerà la tua felicità? In ogni caso, potrà forse durare più della tua vita? E alla morte, che cosa porterai con te nell'eternità? Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima?» Poco per volta, questa massima entra nel cuore di Francesco Saverio e vi si imprime profondamente. Così ha inizio un percorso che farà di lui uno dei più grandi santi della storia della Chiesa.
Più che una passione
Francesco nasce il 7 aprile 1506 nel castello di Javier nella Navarra, nel nord ovest della Spagna. Nel 1512, suo padre viene condannato alla perdita dei suoi beni per aver combattuto a fianco del re di Navarra in una guerra contro la corona di Castiglia; morirà di dispiacere nel 1515. L'anno seguente, la fortezza di Xavier viene smantellata e le terre della famiglia confiscate. Quando Francesco Saverio raggiunge la maggiore età, la sua famiglia è rovinata. In questa congiuntura, la carriera delle armi non lo attira. Lasciando sua madre e i suoi fratelli nel settembre 1525 per non rivederli più in questo mondo, egli si reca all'Università di Parigi, dove alloggia presso il collegio Santa Barbara insieme a compagni dediti, per la maggior parte, a una vita poco edificante. Tuttavia, fra di essi si trovano due uomini di una pietà eccezionale, Pietro Fabro e Ignazio di Loyola. Quest'ultimo, originario del Paese Basco confinante con la Navarra, medita da qualche tempo la fondazione di un'opera santa per il bene della Chiesa; avendo constatato le qualità d'anima di Pietro e di Saverio, cerca di far loro condividere la sua ambizione spirituale. Ignazio conduce quindi Pietro Fabro a fare gli Esercizi Spirituali per trenta giorni; alla conclusione di questo ritiro, quest'ultimo è interamente conquistato alla buona causa. Per Francesco Saverio, è più difficile.